Voci presenti

Venerdì 10 aprile, al Polo Culturale Lombroso 16, l’appuntamento per Aperipoetica era con la mia raccolta di poesie Il punto in cui si perdono le voci (La vita felice, 2025) e ad accompagnare, anzi a guidare, la presentazione c’era con me Patrizia Camedda, poeta e psicologa, che ha scritto la presentazione del volume e ha definito per l’occasione una bella struttura di domande e di letture.

Insieme abbiamo definito perfino l’organizzazione spaziale dell’incontro, un corridoio fra le sedie, utile all’idea di rendere possibile il passaggio fra noi delle presenze le cui voci abitano la raccolta. Insieme abbiamo anche deciso di accorciare la distanza col pubblico, togliere la separazione del tavolo e avvicinare i presenti, quasi in un cerchio o in un abbraccio. Per dare sostanza all’idea di un incontro più che a quella di una presentazione, abbiamo anche offerto una caraffa di tè tiepido e zuccherato.

L’incontro è stato animato da una conversazione vivace, specialmente intorno alla questione del ricorso a personaggi ed elementi immaginali provenienti da culture differenti (il cosiddetto “giro lungo” che – è stato detto – costituisce la cifra che rende originale e riconoscibile il modo di scrivere dell’autore ma allo stesso tempo rischia di allontanare il lettore, rendere necessario un apparato di note (in effetti nella raccolta ce ne sono) e in qualche modo di spiazzare,  perché questi elementi non fanno riferimento al comune denominatore di conoscenze condivise anzi appositamente spostano lo sguardo altrove.

Questo tema ha portato fra l’altro ad una singolare attenzione su un testo in particolare: Jinn (pag 47), che è stata letta diverse volte, con diverse intonazioni e anche ad un certo punto provando a modificarla, omettendone però due versi centrali che nel testo definiscono un ancoraggio di concretezza all’immagine creata. Questo episodio mi ha colpito particolarmente, in senso positivo, perché mi è sembrato che l’attenzione espressa – ad esempio – da Marvi Del Pozzo, il suo sentirsi allo stesso tempo curiosa e distante dal campo immaginale evocato mediante i jinn, restituisca proprio l’effetto cercato dal mio ricorso ai materiali raccolti durante il giro lungo. Una poesia che attrae ma pone un problema a chi la legge inducendolo a fermarsi su qualcosa su cui altrimenti passerebbe come naturale e scontato. Ma tornerò su questo più avanti.

Di seguito riporto le questioni predisposte da Patrizia Camedda e gli appunti che avevo preparato in proposito. La conversazione reale si è snodata comunque,  più o meno, intorno a questi temi.

1° Tema: La soglia, il limite, il punto. – Letture: I semi delle cose (p. 19); Un lungo minuto (p.24

  • Cos’è per te ‘Il punto in cui si perdono le voci‘?

È il luogo in cui le disuguaglianze e i dislivelli di potere si riflettono sulle parole e sulle narrazioni. Il discorso delle élites sociali smette in quel punto di avere parole per descrivere la realtà, ma non perché non accada niente; al contrario. Il punto è che quanto accade non si conforma alla visione del mondo dominante. Per questo c’era un antropologo inglese, Edwin Ardener, che molti anni fa rileggendo Gramsci parlava di “muted groups”: gruppi muti.  Le voci dei gruppi muti dove si perdono? Come si recuperano? Resta una questione aperta, variabile. Confesso che non ho scelto arbitrariamente di occuparmi di questi temi. C’è qualcosa dentro di me che mi muove a farlo, una forza che devo assecondare.

Il punto in cui si perdono le voci è un luogo pieno, non un vuoto. E’ fitto di voci inascoltate, non è un silenzio da riempire;  le voci ci sono ma si “perdono”, nel senso che le narrazioni, i documenti, gli archivi non li vedono, a stento le registrano, non è detto che gli archivi abbiano categorie adeguate per intercettarle e se le archiviano e facile che poi finiscano fra i materiali da smaltire, quelli che non si conservano. Sono voci e storie problematiche. Nel senso che prima di tutto è un problema  vederle e sentirne la voce. Qui c’entra anche il lavoro che faccio da qualche anno. Come ufficiale d’anagrafe e di stato civile conosco questo punto un po’ anche dall’interno degli archivi pubblici: ci sono storie che entrano nell’ufficio e attraverso i moduli diventano semplici numeri di pratica, perdendo tutto quello che le rendeva specifiche. Si può fare una poesia che tenta di recuperare quel che i moduli devono tralasciare? Io credo di si.

  • Quando scrivi, cerchi una voce o attraversi la sua perdita?

Questa domanda può avere risposte su diversi registri. La mia voce ha trovato un canale per farsi sentire, almeno provvisoriamente; infatti siamo qui che ne parliamo; e dunque quando scrivo è la mia voce che cerco di mettere a punto, renderla adeguata allo scopo. In questo senso,  intanto, cerco anche  di evitarne la perdita. Ma la mia non è la voce quella di un invisibile. D’altro canto questa necessità che devo assecondare, di dare voce ai “sommersi” e agli invisibili mi pone delle sfide notevoli da risolvere; ad esempio trovare uno spazio linguistico in cui voci che non hanno avuto il proprio spazio possano entrare. La perdita è dunque  una constatazione di base, il punto di partenza e non quello di arrivo. Se il testo costruito funziona, qualcosa che era perso trova per un momento un modo per farsi nuovamente sentire, trova un posto dove stare.

Emmerico Boso è un caso preciso: a me è arrivato come personaggio quasi dimenticato nei ricordi e nei silenzi selettivi di una famiglia di ceto popolare che ha traversato il ‘900; la mia. Decenni di silenzio, poi la ricerca del nome, della storia, delle fotografie. Scriverne non lo riporta certo in vita, ma costruisce uno spazio in cui la sua presenza diventa percepibile  per chi legge. Eppure cercando ho scoperto che Emmerico era un invisibile da recuperare non solo per me ma anche per altri. A Castello Tesino in Valsugana, ma anche all’Istituto Storico della Resistenza di Trento. E negli archivi dei militanti anarchici che hanno combattuto in Spagna contro il fascismo. O in quelli degli esiliati politici. Ma non era un nome importante come Rosselli o Berneri; era un nome in una scheda o in un elenco e poco di più. Uno dei tanti, un numero anche fra gli invisibili. Allora farne un “antenato”, connetterlo ad una plurimillenaria tradizione di “passeurs” delle Alpi penso che serva ad  illuminare questa figura in modo diverso. E con lui tutti quelli che attraversano i sentieri alti per cercare di vivere meglio. O semplicemente di vivere

2° tema Le presenze marginali

Letture: Colle del Piccolo San Bernardo (pag 31); Spiriti antenati (pag 41) Invisibile (pag. 46)

Da dove arrivano?

Arrivano da tre direzioni che si intrecciano.

La prima direzione è biografica: c’è Emmerico Boso che abbiamo visto: si tratta di un uomo reale, nato nell’impero austriaco nel 1904 e morto a Mauthausen in Germania nel 1945, rimasto in silenzio per decenni. Mi arriva dei racconti di famiglia, da parte di madre. Ma c’è un fantasma  anche, per dirla così, da parte di padre.  Quello di mio padre era una vagabonda. Virginia dei Cani, nata in centroamerica nel 1890 e morta a Moncalieri nel 1962. Ci ho fatto su la tesi di laurea e da allora ogni tanto ci devo tornare sopra; anche mio malgrado qualche volta. Non so cosa voglia ma ancora non mi lascia in pace.

La seconda direzione è antropologica: nella mia formazione è entrata questa idea che osservare gli altri ci aiuta a pensare meglio noi stessi. Ho letto di culture in cui i morti non sono soltanto un “passato” da cui allontanarsi elaborando il lutto,  ma restano interlocutori attivi del presente. Questa cosa mi ha sempre interrogato: cosa dice di noi che non facciamo così? Quando quella formazione ha incontrato la scrittura poetica, le presenze marginali sono subito balzate alla ribalta della mia immaginazione come necessità e come opportunità espressiva. Dunque no;  non sono metafore, non sono strategie per dire altro;  la loro presenza nei miei versi viene da categorie di pensiero altro che ho interiorizzato e che sono diventate i miei strumenti per capire il mondo (per provarci almeno).

La terza direzione è politica: i migranti sulle Alpi, chi interroga i Minkisi, una levatrice Catara nel chierese del ‘300, sono  figure della stessa categoria, portatrici di voci che la storia ha silenziato e che tuttavia continuano a bussare. Perlomeno qui da me.  In me risuonano, io le sento. E questo mi crea anche delle responsabilità: ome dice la poetessa polacca (che vive a Praga) Zofia Bałdyga:

‘Le storie appartengono a coloro che le vivono, ma gli obblighi sono di coloro che le riportano.’  .

Che relazione hai con queste figure: osservatore, testimone, attraversato?

Non tutte queste presenze (o assenze, da un altro punto di vista) hanno lo stesso rapporto con me.  Da Emmerico Boso vengo certamente attraversato; è mio, viene da dentro. Probabilmente ha ancora da dirmi cose che faccio fatica a capire. Con i Minkisi, con Iemanjá, con Aisha Qandisha sono più vicino al ruolo del testimone;  li ho incontrati studiando o per curiosità e li ho portati nel testo perché mi parlano e perché illuminano qualcosa che mi interessa; mi aiutano a capire qualcosa del qui e del noi.

Con i migranti sulle Alpi sono in una posizione intermedia. Mi interrogano da vicino; la storia della mia famiglia è anche fatta di gente che ha traversato pianure e montagne per vivere. Ma c’è un senso più ampio, collettivo e quindi politico. Cerco di essere testimone in un senso più preciso: non neutro perchè un testimone non è mai neutro; un testimone  è responsabile di quello che dice, e deve essere consapevole che nominare o non nominare una presenza è già un atto che ha conseguenze sulla realtà.. La scelta delle parole ha conseguenze; definisce chi viene descritto ma anche chi descrive.

Zofya Bałdyga: ‘Scrivere diventava un modo per ottenere il riconoscimento di quella presenza senza reclamare una proprietà su quelle storie.’

3° tema: Il sacro nella poesia

Le figure come jinn, antenati, spiriti: sono metafore o presenze?

Né metafore né presenze nel senso letterale o ontologico. Sono piuttosto dei  dispositivi che creano le condizioni perché il lettore possa sentirle come possibili. La domanda più utile secondo me non è se  ‘esistono davvero‘ ma ‘cosa cambia, per il lettore, se sono metafore o presenze?’ Un’altra domanda è: “cosa risolvono queste presenze la dove sono tenute per vere”? E noi come risolviamo quel problema? Le “presenze”, per come le porto io nei miei testi, ci aiutano a guardarci con occhi un po’ decentrati. Se il testo funziona, il lettore le sente come presenze indipendentemente da quello in cui crede. La poesia non chiede di credere — chiede di abitare uno spazio per il tempo della lettura.

Poi c’è  un’altra ragione in base alla quale “scelgo” le presenze da convocare nelle poesie: le tradizioni di cui fanno parte non sono solo repertori di immagini esotiche,  mi interessano come sistemi di pensiero che risolvono la questione della giustizia e della comunità in modo molto diverso da noi. In questi sistemi la questione del rapporto fra vivi e morti e la questione del male e della sua cura sono intrecciate e hanno a che fare con la vita della comunità. Noi invece affrontiamo la questione da singoli. I più fortunati se la vedono individualmente con il dio in cui credono. Ma il detto “si nasce soli e si muore soli” definisce il nostro orizzonte di cura e di giustizia. Non è sempre stato così non è così dappertutto.

Che spazio ha oggi il sacro nella poesia?

Nella poesia italiana, per il poco che ne so io, il sacro ha avuto principalmente due destini. O è rimasto verticale e cristiano — Luzi ne è il caso alto. Oppure è diventato laico e nostalgico — Pasolini ne è il caso più potente: il sacro come civiltà dei vinti che la modernità ha cancellato.

A me interessa qualcosa di diverso da entrambe queste traettorie: un sacro né verticale, né nostalgico, che definirei piuttosto  “negoziale“, oppure per usare un ossimoro efficace:  “un sacro politico“.  Il sacro mi interessa quando la gente lo usa, qui e ora, per contrattare il proprio posto in merito alla giustizia e alla sofferenza. Come facevano ad esempio le streghe in Europa in età moderna. E infatti sappiamo dagli atti dei processi che proprio per questa ambizione venivano bruciate. Rileggere Storia Notturna di Carlo Ginzburg è ancora illuminante dopo tanti anni.

Quello che cerco di fare dunque é costruire nei versi uno spazio in cui alcune voci che la storia ha messo a tacere possano tornare a parlare – in modo ascoltabile – nel presente. C’è Antonella Anedda, tra i poeti italiani contemporanei, che lavora in una zona del discorso poetico che sento contigua ai miei interessi e che  usa una  lingua, incredibilmente  efficace, precisa, ancorata al soggetto eppure legata al sacro in modalità laica, attraverso il quotidiano.

Il tuo immaginario intreccia filosofia, antropologia e sacro: come convivono nella scrittura?

Convivono perché la mia postura di base è antropologica. Io non sono un credente, diciamo che sono una vittima dell’illuminismo. Ma l’antropologia mi ha insegnato a prendere sul serio i sistemi di pensiero diversi dal mio. Per quello che raccontano delle persone e di come vedono il mondo. E poi mi ha aperto qualche finestra su tradizioni che la modernità occidentale ha marginalizzato. La filosofia invece è pder me un serbatorio linguistico, mi serve come “linguaggio indigeno”; alle volte mi dà strumenti per essere capito.  Altre volte mi serve come repertorio di parole e di immagini.

Il sacro è il campo in cui, grazie all’antropologia, ho trovato quelle modalità di negoziazione collettiva che mi sembrano una risposta interessante al problema della giustizia e della cura. Nell’immaginario sacro di gente lontana e diversa da noi si trovano risposte diverse a problemi che abbiamo anche noi. Questo mi interessa nel sacro ed è questo che cerco di portare nei testi.

Le tradizioni di possessione, ad esempio,  non fanno distinzione tra sacro e terapeutico, tra cerimonia religiosa e negoziazione della giustizia. Quella distinzione è un prodotto della modernità occidentale. Nella mia poesia cerco di lavorare a cavallo di questa distinzione.

Resistenza e trasformazione

C’è una forma di resistenza nella tua scrittura?

Sì, ma non è la resistenza della denuncia o del manifesto. Che non mi sembra venga bene in poesia. È una resistenza diciamo “per le lunghe” che passa dal tentativo di costruire uno spazio alternativo di senso — uno spazio che è reso necessario dal fatto che le categorie delle narrazioni dominanti non riescono a esaurire tutto ciò che accade.

Bałdyga lo dice molto bene: ‘La sua densità [della poesia] resiste alla semplificazione, la sua apertura resiste all’istruzione.‘ La poesia non spiega, non argomenta, non conclude. Tiene aperto quello che il potere vuole chiudere. Ad esempio io lavoro sull’idea che le migrazioni di popoli e persone porta ad un mescolamento non solo dell’immaginario, come ad esempio nei fenomeni di sincretismo, ma anche dell’immaginazione. Per questo lavoro sull’idea che gli invisibili si trovano a coesistere nello stesso spazio immaginale. E si devono confrontare fra loro. La poesia “Un normale raduno” viene da questa osservazione.

E poi c’è una resistenza più concreta: nominare Emmerico Boso, nominare i migranti sulle stesse montagne, mettere Asclepio e i minkisi nello stesso corridoio di un’ASL questo è già un atto politico. Non perché lo dico, ma perché metto in relazione cose che stavano divise.

Scrivere è un modo per restare, per sopravvivere, o per trasformarsi?

Qui devo dare una risposta d’istinto, perché la domanda è grossa. Se guardo alla mia piccola personale esperienza – Emmerico, i partigiani, i migranti, gli invisibili, elaborare la perdita e il dolore – Scrivere è un modo di trasformarsi, di fare i conti con noi stessi e andare oltre. E’ anche un modo per uscire dalla prigione del benedetto “io”, sperimentare che molto di noi si misura in appartenenza e differenziazione da qualcosa che precede o che segue. In questo senso la scrittura trasforma, aiuta a capire e trovare connessioni. Cambia la posizione da cui si guarda.

Domande di chiusura:

Quando hai capito che questo libro era finito?

Il libro l’ho chiuso ad un certo punto perché non ne potevo più. Perché “si stava facendo tardi”. perché aveva ornai una sua autosufficienza, perché non arrivava più nulla che cambiasse in modo significativo il senso complessivo.  Emmerico, la struttura in tre sezioni, il movimento da Visibili a Oneiroi, sono venuti in modo piuttosto regolare e poi questo flusso si è interrotto. Ma non ho avuto e non ho la sensazione che quel lavoro sia finito. O che la mia necessità di parlare di queste cose sia esaurita con questo lavoro. Il lavoro continua. Mi sembra – ma la mia è affermazione da principiante – che i libri di poesia non finiscano nel senso in cui finisce un romanzo. A un certo punto hanno una loro forma riconoscibile, una loro gravità interna, e li chiudi. Ma il campo continua a lavorare. C’è già qualcosa che si agita e batte sul tamburo.

C’è un’immagine che ti rappresenta più delle altre?

Emmerico che scende ogni notte dal Piccolo San Bernardo con il passaporto scaduto, fumando una Nazionale, sorridendo. Non un’immagine di tragedia, è un’immagine di ostinazione. Quella ostinazione a resistere è ciò che cerco di portare nella scrittura.

Cosa ti ha sorpreso mentre scrivevi?

Che la ricerca su Emmerico — nomi, date, luoghi, documenti — producesse poesia. Non penso che il lavoro archivistico e il lavoro poetico siano la stessa cosa. E però sono più vicini di quanto immaginassi: entrambi cercano di restituire peso specifico a qualcuno che il tempo ha reso impalpabile e astratto. E mi ha sorpreso leggere ad alta voce quel testo su Emmerico al Torino Poesia Festival e trovarmi con la voce bloccata. Avevo scritto io quelle parole, ma rendendole voce mi hanno colpito con una forza che non sospettavo.


Il terzo tema preparato per l’incontro era, dunque, l’immaginario del sacro e il ruolo che ha nelle mie poesie. Ed è proprio l’argomento che ha  suscitato il cuore della discussione,  che è nata intorno alla poesia Jinn quando ho suggerito che nella tradizione della poesia araba resiste l’immagine secondo cui ogni poeta ha un suo Jinn che gli sussurra all’orecchio le poesie che scrive. Potrebbe sembrare semplicemente un vestito differente dell’idea classica secondo cui i poeti sono solo la cassa di risonanza di un messaggio che viene dalla divinità e del quale non sono responsabili. Uno scarto minimo, una minima variazione, eppure se diamo retta a Lucrezio anche le piccole casuali variazioni possono cambiare la natura delle cose.

In particolare, se guardiamo a che posizione hanno i Jinn nella tradizione arabo-mediorientale, se valutiamo il loro essere abitanti della terra e dell’ombra piuttosto che dei cieli e della luce, simili agli umani in quanto dotati di libero arbitrio, ma differenti perché slegati dai vincoli della materia e della forma; se teniamo conto di questo contesto ne viene che la poesia non si configura come messaggio divino del quale il poeta può solo farsi diffusore, ma invece emerge come patrimonio di conoscenza proveniente da una radicale alterità. Ma un’alterità cui siamo  affratellati sul piano della libertà e della responsabilità.

Mi sembra che questo modifichi radicalmente i termini della questione e che renda la poesia meno divina, ma molto,molto più interessante.


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