Sulla terra rotta

Nell’ultima  raccolta di poesie di Antonella Sica la guerra prende carne, è corpo, ci sono i  corpi anzi, un plurale frammentato dai bombardamenti; pezzi di corpi che saltano in aria, che compaiono mutilati o presi di mira, che a malapena sono nascosti. E ci sono voci. Quasi  una coralità di voci. Che nel luogo della  guerra  intonano (il nome di dio), sussurrano (amore, a un corpo scorticato),  gridano (alle macerie, i nomi rimasti sotto), arrivano in soccorso, vengono disimparate, E poi, di qua dal video, si omologano rapidamente, scompaiono nel flusso di informazioni. Non si sentono più i rumori, non si colgono i particolari. Prevale la mediazione visiva, lo sguardo, la cui attenzione è contesa fra molte urgenze: notizie, video, gaming, screen  scrolling,  fastidiosi frammenti di cibo fra i denti.

Le due sezioni della raccolta, Il suo nome rimasto sotto e Fermo immagine,  mettono la voce narrante  in due situazioni differenti, la prima sembra una ripresa in soggettiva, lo spettatore esposto alla “diretta” che vede e sente direttamente ciò che accade. Nella seconda non c’è più linea, lo spettatore non sente, la sua attenzione si flette altrove, una scandalosa equivalenza fra le circostanze più distanti ed eterogenee si manifesta, come una forma di indecenza o di pornografia. Il qui dei joypad e dei pixels, della lingua fra i denti e  delle briciole di cibo  equivale  alle vittime-crisalidi, ai padri piangenti, alle case sventrate dai colpi di mortaio.

Basterebbe questo, che è già tanta roba, scritto in modo essenziale, netto. Un gorgogliare sotterraneo  di rabbia, efficacemente disciplinato dalla scansione dei versi e dalla scelta delle parole. In più ci sono i  disegni, senza sconti, di Attilio Zinnari, che tengono il luogo dell’immaginazione dello spettatore,  ferita e messa in discussione, che si cerca di qua e di là dallo schermo,  sperando di trovarsi (ancora) vigile.

La prima potente immagine che mi ha fermato è stata quella dei sacchi-crisalide, i bozzoli di corpi che daranno luogo a metamorfosi discendenti verso la decomposizione e l’ assenza.  Davanti a questo prodursi in diretta della morte, l’autrice allestisce un presepe al contrario, una mortività mi verrebbe  da chiamarla, nella quale con antica divisione di genere le madri annichilite cullano  le salme dei figli al fianco dei padri sofferenti, i quali  intonano a lutto  il  nome di dio. Un dio sempre più sordo, viene da osservare,  qualunque sia il  nome che viene  usato per convocarlo.

Che se vogliamo dirla tutta,  con l’aiuto di  Primo Levi: c’è Gaza, dunque  non può esserci dio.


# Sulla terra rotta, Arcipelago Itaca, 2026

Immagine: disegno di Attilio Zinnari, pag 53


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