Il primo giorno alla 61° Biennale ha mantenuto le promesse, gratificato le attese, qui e la superandole con generosità. Quest’anno io e Ale abbiamo deciso di dedicare due giorni, uno ai Giardini con i padiglioni nazionali (ieri), l’altro all’Arsenale. Ci siamo concessi anche un evento esterno, la mostra su Alighiero Boetti alle Procuratie Vecchie in Piazza San Marco.
Nel padiglione del Brasile sono stato catturato dalle installazioni e dai dipinti di Rosanna Paulino, così come hanno lasciato il segno gli allestimenti dei paesi nordici e della Spagna. Radicale ma emotivamente poco coinvolgente il padiglione Austria.
Ma dove veramente siamo stati fermati, coinvolti, emozionati e messi in discussione è stato nel padiglione dei Paesi Bassi, con la performance The Fortress, ideata dall’artista visuale e performer Dries Verhoeven e realizzato a turno da un gruppo di performer. Noi abbiamo assistito, o meglio siamo stati teatro della performance di Melyn Chow, mima danzatrice e performer nata a Singapore e attiiva in Olanda.
Nella progressiva sottrazione di luce, dallo spazio ampio e luminoso del padiglione, il pubblico seduto a terra o addossato alle pareti, assiste alla lenta, difficoltosa e conflittuale emersione di suoni – dapprima – che poi si condensano in pezzi di pensieri, frammenti di frasi, che sembrano risalire, gutturali e profonde, dal centro della terra, dai muri e attraversare i polmoni, la carne stessa della performer, come conati a stento significanti fino al momento di essere espulsi.
In questa gestazione difficile e gutturale del significato, la voce quando riesce ad uscire e traversare il buio esorta l’ascoltatore a prendersi cura di sé stessi, amarsi, suonare musica, godere bellezza. Reagire alla caduta.


Immagine: fonte Studio Dries Verhoeven
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