Con cosa confina la poesia?

Con cosa confina la parola poetica? Alla 61°  Biennale ho attraversato una ricchissima serie di stimoli, conflitti  offerte, prospettive, tessuti, fili, trame, carte, legni, rocce, metalli,voci, urla, suoni, suoli, tappeti, sabbie, acque, ombre, corpi, risvegli, stupori, memorie, figure, fantasmi, progetti, ferite, suture, stanchezza e meraviglie e qualche idea si è formata. Qualche idea si è fermata, qualcun’altra al contrario è andata, si è persa, travisata, ancorata, scomposta, impigliata, suddivisa.

Ma insomma la poesia era ovunque; il linguaggio poetico era ovunque, quasi ovunque diciamo. Qui è là dominava forse la rabbia, qui e là si cercava il bello in sé stesso. Ma più spesso erano domande per altre domande, porte verso altre porte; ponti, sentieri, sofferenze curate o anche solo rivelate. E la poesia c’era, era lì; offerta in forma di legno scavato e lettere, intagliate nel legno, come in una vecchia tavola di Alighiero Boetti, oppure intrecciate nei tessuti marocchini, sollevate nell’argilla, dischiuse dalla pietra, distese fra le memorie, mobili, le fotografie, i videotapes, i graffiti, i collages, le bottiglie e le infinite combinazioni, le articolate immaginazioni di come il mondo potrebbe essere, come dovrebbe essere stato, come avrebbe dovuto e potuto essere; come invece è stato curvato dalla forza,  nello scontro di necessità e interessi inconciliabili. È tutto lì, fra i padiglioni, nei giardini, fra le mura dell’Arsenale.

E Insomma ho visto la parola poetica confinare, certamente, con la voce e però la voce non veniva semplicemente da dentro, arrivava dall’interno si, ma da più in fondo, dai muri forse, o dalla terra. E saliva come un segnale, come un esplosione, come un conato, come un vento. E mi sembra che un altro confine della poesia passi attraverso  i muri, come i fantasmi o anche le fondamenta, le saracinesche dei canali e che la poesia confini con le ombre.

Ho visto che confina con i tessuti e confina con i tappeti, confina con foreste immobili di bambù, con statue di terracotta, con generose divinità fluviali, con figure aspre di potere, intagliate e irte di chiodi. Confina con l’acqua nera di Israele e con il morente uccellino meccanico palestinese, nelle stanze basse di Cipro.

E confina con la chiusura trasparente, con l’accessibilità che non concede nulla. Confina con liste interminabili, ricche di dettagli, cataloghi, archivi, interviste, memorie, fotografie catalogate con testarda continuità. La poesia confina con i disordini apparenti, che lasciano lentamente disvelarsi un differente ordine.

La poesia confina con la luce e intanto dialoga con il buio. Confina con la bellezza e con la disperante assenza. Con la denuncia, con la determinazione, con la pazienza infinita, quella dell’ago che torna vicino allo stesso punto, ma sempre un poco oltre e poi ancora e ancora.

Confina con gli Altri, la poesia. Con il loro incessante via vai, il loro calore, con le spinte, con l’odore di bagnato, il vapore sudato della presenza umana, nel chiuso. Confina con le radici, con i mattoni, con la semplice volontà (e il bisogno)  di rendere conto al tempo  di tutta questa ricca, inesauribile, differenza. E non basta la carta, non bastano le parole, non bastano i gesti. Non basta il tempo. Basta solo non smettere.


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