Il pesce e l’esistenza dell’acqua

La lettura di Tobie Nathan è di quelle che vanno fatte con calma e disponibilità a mettere in discussione molto; specialmente ciò che consideriamo più ovvio e “naturale”. 

Mettere in discussione non significa necessariamente negare  la validità delle conoscenze che diamo per scontate ma, piuttosto, porsi domande sulla loro origine e sul loro significato. Smettere di considerare “naturali” le cose che ci sembrano tali. Significa essere, insomma, come il pesce che guizzando  in aria si rende improvvisamente conto  dell’esistenza di ciò in cui vive: l’acqua.

Il libro in questione (perché  Nathan ne ha scritti tanti) è: Principi di etnopsicoanalisi (Bollati Boringhieri, 1996 – orig. Ed. La Pensée Sauvage, 1993), un testo di trenta anni fa; l’autore, Tobie Nathan, è psicoterapeuta e psicoanalista, da oltre quarant’anni impegnato nella cura delle sofferenze mentali degli immigrati, in Francia, contribuendo allo sviluppo clinico e teorico di una nuova pratica di cura e di un nuovo campo di studi: l’etnopsichiatria.

Nel 1979, presso l’ospedale Avicenna di Bobigny, aprì il primo consultorio etnopsichiatrico francese.  Quando uscì Elementi di etnopsicoanalisi Nathan aveva dunque all’attivo già una quindicina di anni di pratica clinica

Attraverso questa esperienza  Nathan ha personalmente verificato l’inefficacia delle cure psichiatriche e dei setting psicoanalitici  nella cura della sofferenza mentale delle persone immigrate o comunque cresciute in culture e società diverse da quella europea e francese.

Per questa via è arrivato a mettere radicalmente in questione la supposta “naturalità” e “universalità” degli assunti di base sulla natura umana, pre-supposzioni  che sorreggono tanto la psicanalisi quanto la medicina e più in generale la scienza ed il “pensiero” occidentale.

Da psicoanalista e psicoterapeuta, ma anche da ebreo egiziano espulso dall’Egitto all’età di 8 anni, (nel 1956 durante la crisi di Suez) e da cittadino naturalizzato francese, Tobie Nathan ha sperimentato dunque l’incapacità dei dispositivi “occidentali” di cura della sofferenza “mentale” ad entrare in una relazione efficace con la vita immateriale e con la sofferenza di persone provenienti da altri “mondi”.

Per affrontare comunque il bisogno che i suoi pazienti esprimevano ha cercato allora modelli differenti di cura e di pensiero, trovando in George Devereux e nell’approccio multidisciplinare e complementarista dell’etnopsichiatria una efficace possibilità di fare fronte alle urgenze che la vita sociale attorno a lui poneva.

Lo sviluppo dell’etnopsicoanalisi e dell’etnopsichiatria nella seconda metà del XX secolo corrisponde dunque a questa presa di coscienza: per prendere in carico la sofferenza di una persona bisogna considerare la sua individualità in quanto parte di una rete di relazioni e partecipe di una cultura.

Questo percorso ha portato Nathan, come si diceva in precedenza, a rivedere il modello di persona e di psiche sul quale basare sia  il dispositivo di cura, sia la teoria di riferimento della sua pratica clinica.

In questo lavorio teorico e pratico è arrivato a considerare la cultura come una struttura specifica di natura sociale, esterna all’individuo, che contiene e rende possibile il funzionamento dell’apparato psichico. Un sistema che contribuisce in ciascun soggetto alla personale “costruzione del mondo’ e la garantisce dalle possibili “crisi della presenza” (per dirla con De Martino).

Il sistema culturale comprende, fra le altre cose, una serie di convinzioni riguardanti la parte immateriale della vita, idee a proposito della natura, della persona, dei morti, degli antenati, del male, del divino. Nessun processo psichico può esistere senza l’ausilio di questo dispositivo culturale che ordina, governa e fornisce i principali strumenti di interazione della persona con il mondo.

Ma allo stesso tempo l’emergere dell’apparato psichico è possibile solo grazie alla presenza di ciò che viene immaginato come un “contenitore” culturale, il quale non solo dà forma alle manifestazioni individuali dello psichico ma le rende possibili e riconoscibili  nella loro individualità all’interno del gruppo sociale di appartenenza.

La cultura è per Nathan, in sintesi, il fondamento strutturale e strutturante dello psichismo umano.

Per questa ragione un dispositivo di cura efficace deve favorire  la sensazione del paziente di ritrovarsi in un contesto nel quale i suoi punti di riferimento culturali vengono tenuti in considerazione e valutati come parte integrante del problema e anche della ricerca della soluzione .

Ma perché mi interessa tutto questo? Non sono uno psicologo o un terapeuta. Ho una formazione antropologica ma non sono un etnografo.

Sono arrivato a Nathan attraverso la lettura di Piero Coppo (Le ragioni degli Altri (Cortina, 2013) e a questo dopo che la lettura de L’angelo necessario di Wallace Stevens, mi aveva messo  su un personale percorso di approfondimento in relazione ad un intreccio di temi: immaginazione,  discorso poetico,  parte immateriale della vita (individuale e collettiva), utopia e trascendenza.

Wallace Stevens riteneva che il senso  del fare poesia stesse nel rapporto con la realtà che si costruisce attraverso l’immaginazione. Dove l’atto di immaginare rappresenta l’unica possibile forma di trascendenza

Trascendere il reale, grazie all’immaginazione, allo scopo di  tornare alla realtà stessa, conoscendola meglio, avendola vista in rapporto a ciò che ancora non è, ma potrebbe diventarlo, perché ne escono le potenzialità  (Wallace Stevens, L’Angelo necessario. Saggi sulla realtà e l’immaginazione, 1951).

A Stevens sono arrivato da un altra lettura: Italo Testa, Autorizzare la speranza, che convoca proprio Stevens per dare corpo al suo argomento secondo cui il discorso poetico proprio, perché chiama in causa l’immaginazione, è  capace di produrre uno sguardo sulla realtà trasformativo e rivolto al futuro.

L’idea che l’immaginazione (e il discorso poetico) costituisca una forma di trascendenza connessa  alla conoscenza del reale,  si connette a mio avviso con la visione  messa a punto dall’ottica etnopsichiatrica. 

La vita immateriale, ivi compresi il lavoro dell’immaginazione e il discorso poetico, si fonda su questo nesso che lega reciprocamente realtà e trascendenza e che si basa sulla relazione di reciproca dipendenza fra dimensione collettiva (la cultura) e dimensione individuale (lo psichismo del singolo).

Questo ci porta al bisogno di spiegarci  come funziona questa ,”vita immateriale”: dove prende i contenuti che le danno corpo, come si articola fra individuo e collettività?

E ancora, che peso hanno la vita interiore individuale e la parte immateriale della cultura di appartenenza? Cosa c’è di universale e cosa di particolare in questo funzionamento in ciascuno di noi? 

E infine, ma non meno importante, tutto questo porta ad interrogarsi sulla consistenza e il sugnificato delle varie astrazioni che nella nostra cultura rappresentano la vita immateriale individuale e che prendono via via i nomi di “anima”, “psiche”, “inconscio”, “spirito” e via discorrendo.

(foto: Tobie Nathan in https://forward.com/culture/322602/why-tobie-nathan-is-the-opposite-of-freud/)


Scopri di più da gianlucamantoani.blog

Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

Lascia un commento