Pre-siepe

Sono linee le strade, ovviamente e i cavi degli elettrodotti,

i servizi e i sottoservizi dell’abitare e ancora i canali,

i recinti, i muri, le recinzioni (coperte o meno che siano)

di edere, di convolvoli o di altre essenze.

E guardiamo come linee ai fossi che fanno da siepe,

ai solchi dei seminativi regolari, paralleli

come i binari brillanti della ferrovia, ma questi

per convergere all’infinito nello sguardo,

con un bagliore confuso.

La siepe è anche confine, recinto, rimanda al presepe;

prae e saepes, “davanti al recinto”.

Pre-siepe, dunque, è ogni luogo recintato,

ogni spazio percorso per linee, abitato fra linee.

Dove intanto, all’ombra della siepe, si presuppone una proprietà,

magari piccola, che all’aratro, nella terra umida,

si lega la femmina ubbidiente in un sorriso torbido.

La proprietà, lo sanno bene il falegname

con la moglie, incinta, sopra l’asino,

porta con sé l’arbitrio possibile davanti al bisogno;

perché il padrone del recinto, non lo sappiamo ancora amore,

forse ci permette di restare, ma forse no.

E quindi autorizza una fecondità, la siepe

e perfino una natività necessaria e intanto suggerisce

il lavoro di cura e di chiusura e insieme i pericoli,

che accompagnano le due cose (la chiusura e la cura)

quando siano così legate necessariamente fra di loro.

E siepi e filari e segmenti, con i luoghi dividono i tempi;

soprattutto tagliano distanze fra le classi,

distanze che risalgono generazioni, mettono radici

nel diritto, si fanno regola e catasto, privilegio e religione.

Il giovane pensieroso e brillante, sedendo e mirando

dietro la siepe il muro e le fronde e al di là ancora, sul colle

alienato, con regolare contratto, dai suoi antenati,

alle suore di Santo Francesco, per farci un monastero.

Linee rette e curve si diceva. Curve sono le strade,

i corsi d’acqua (a volte) e rette, anzi meglio, semirette e segmenti

sono tutte le altre.

Filari e file di piante e muri ma anche le serre,

i capannoni e i canali. Siepi antiche, frangivento

e borghesi, per ornamento. Sempreverdi,

caducifoglie ad essenza mista, per chiudere i fondi

e fare boscaggio e, alla fine, terzo paesaggio

se arriva l’abbandono o la morte del padrone,

e le liti di successione, per confondere le righe.

Linea di siepe. Limen e confine. Sostegno, argine

di lauroceraso lucido o riparo di lauro amaro sui ricordi di Dafne.

Oppure corniolo, rovo di robinia dall’ovest e anche file di salici,

cespugli di corylus, buoni per andare e allora pastori,

andiamo, è tempo di migrare.

La siepe ineludibile che non canto, la siepe del buio giardino

a notte alta,

la siepe d’ogni giardino e d’ogni sera, che a tanta parte

dell’ultimo orizzonte,

fa frontiera.

(marzo 2023)

(foto mia, strada Fontaneto, Chieri)


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