Per ora la risposta é: quasi no. Ed é un problema.
C’è un articolo illuminante di Annalisa Camilli su Internazionale, a proposito del ruolo dei social media nella crisi di Ceuta (leggilo qui)
Tutto è cominciato, sembra, con dei post che suggerivano l’apertura del confine tra Spagna e Marocco. Su Instagram, Facebook e TikTok gli utenti hanno condiviso la notizia e diffuso video che mostravano percorsi da fare a nuoto per raggiungere Ceuta. Il meccanismo è lo stesso già osservato in altre crisi: gli algoritmi amplificano alcuni contenuti, gli influencer li riprendono, gli utenti comuni li copiano e li rilanciano senza verificarli, i gruppi online aggiungono informazioni pratiche. In questo modo una voce può passare rapidamente da un account a centinaia di altri, senza che sia necessario individuare un unico centro di comando.
È evidente la convergenza tra propaganda, disinformazione e condizioni di bisogno delle persone. I social media non hanno inventato il desiderio di partire, né le pressioni economiche, politiche e sociali che spingono le persone verso l’Europa. Non hanno creato la frontiera di Ceuta, né le tensioni tra Rabat e Madrid. Ma hanno modificato la percezione sia di chi desiderava partire, sia dell’opinione pubblica mondiale che osservava quelle immagini.
Il risultato è stato un ampio movimento di persone e una risposta politica inadeguata e caotica, ideologicamente orientata da parte delle destre europee più oltranziste.
Questa crisi andrebbe seriamente presa come (ennesimo) serio avvertimento relativo al potere di creare problemi politici che si é concentrato nelle mani dei più diffusi social media commerciali. Un potere che può essere usato all’occorrenza e che non dovrebbe essere lasciato nelle mani di imprese private orientate esclusivamente al profitto.
É ormai necessario, per la sopravvivenza delle democrazie, lo sviluppo di social media pubblici, dall’architettura decentrata e open source, sottoposti controllo democratico e vincolati alla partecipazione civica degli utenti. Sul modello di Wikipedia ad esempio, ma in più sostenuti e regolati (economicamente e normativamente) da reti di enti pubblici locali come regioni e comuni.
É necessario anche che gli Stati utilizzino e sviluppino questo tipo di strumenti, abbandonando nel proprio funzionamento l’uso delle mail e degli strumenti operativi prodotti da imprese come Google e simili. Non perché siano “cattive”, si badi, ma semplicemente perché esse perseguono interessi privati non compatibili con le regole pubbliche e senza alcun controllo democratico. Un po’ come il crollo del ponte Morandi ha dimostrato che la manutenzione delle grandi infrastrutture non può essere lasciata senza controllo a chi guadagna sui pedaggi degli utenti. E i social media sono esattamente questo: enormi infrastrutture della comunicazione pubblica e privata.
Questi programmi di sviluppo dei social media pubblici, un po’ come quelli sull’autonomia energetica, sullo sviluppo delle fonti rinnovabili e sulla risposta degli insediamenti al cambiamento climatico, dovrebbero stare nelle proposte elettorali di ogni forza interessata al benessere collettivo e individuale, dai vari tipi di ” sinistra”, alle forze moderate ma ancora autenticamente liberali (ne esistono ancora?).
Attendo con preoccupata fiducia.
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