Divinazione

Senza sapere perché e in quale modo cominciasse, la situazione in cui mi trovavo era quella di un lettore di invisibili, una specie di divinatore e quel lettore di carte ero proprio io, anche se a considerarle con attenzione non erano proprio carte quelle che mi sembrava di togliere dal mazzo e anche il mazzo, in effetti, non era tale. Poteva descriversi, piuttosto, come uno spazio di penombra davanti al mio petto, uno spazio ridotto e circoscritto dal quale in ogni momento potevo far comparire delle sembianze, come se le stessi estraendo da un’impercettibile contenitore e uscendo queste prendevano rapidamente forma di maschere, maschere voluminose e pesanti, che avevano la consistenza e la ruvidità della terracotta o del legno e ognuna era diversa dalle altre, ricoperte da colori sfumati, ondeggianti, mescolando le tonalità ora del marrone e del verde, ora del blu e del cremisi. Le maschere comparivano a tutta prima neutre, prive d’espressione per così dire, ma rapidamente si torcevano davanti a me in mimiche dubbiose, perplesse, a volte timorose, a volte sorprese o addirittura spaventate.

E naturalmente c’erano dei postulanti, che venivano numerosi, uno per volta, in silenzio, perché estraessi per ognuno di loro, dal buio nebbioso davanti al mio petto, la giusta maschera. Io non li vedevo chiaramente, eppure la loro presenza, il loro avvicinarsi ed allontanarsi mi risultavano certi, indubitabili. Avuta che avevano la loro maschera, la guardavano qualche istante e poi, uno alla volta, la indossavano e a quel punto io iniziavo, al loro fianco, un breve viaggio immaginale, attraverso stanze, sentieri, luoghi, passaggi più o meno larghi o angusti, fra muri o ponti e stipiti di porte. Finito il breve percorso, con cenno del capo salutavo il postulante ed estraevo dalla semioscurità un’altra maschera per quello successivo, mentre il precedente era già scomparso.

Chiedendomi da dove provenissero costoro, ad un certo punto ho alzato lo sguardo, abbracciando un’area un poco più ampia davanti a me e in quella mi sono reso conto di trovarmi davanti all’ingresso di un piccolo cimitero, nella luce del primissimo mattino e sebbene non si vedesse alcuno entrare o uscire dal cancello aperto, solo la sagoma di una lepre, per un istante, allontanarsi nell’erba, era chiaro che i postulanti appartenevano a quel luogo mentre io ero fra loro come una specie di intruso ed ero lì, a malapena tollerato, unicamente per offrire quel mio inusuale servizio. Di questa certezza, non so dire perché, ho  provato una sorta di pudore e quasi di vergogna.

Nella luce radente del mattino notavo che la mia vista era incredibilmente nitida, i rumori si percepivano distinti e precisi, i profumi rilevati e intensi. Tutto ciò che cadeva nel mio campo percettivo era straordinariamente articolato e definito e tuttavia il campo era limitato, come quando si indossa una maschera, ad esempio, e si avverte che i bordi delle aperture per gli occhi limitano la nostra visione. A tratti alcune sensazioni più estreme e precise delle altre mi catturavano come l’effetto di un interferenza: l’abbaiare di un cane, una voce di donna, il ronzio di un calabrone, un movimento nell’erba. In quei frangenti il realismo e la definizione di quel che percepivo sembravano diminuire bruscamente, come se stessi per terminare quel particolare servizio ed era impossibile decidere se, uscendone, sarei stato in grado di tornarvi per questo nella consapevolezza di non avere ancora terminato il mio compito con grandi sforzi di attenzione mi concentravo sui particolari della situazione più vicini a me, come la sensazione dei postulanti che mi sfilavano davanti o la produzione delle maschere multiformi dallo spazio di nebbia davanti al mio petto. Così facendo, il quadro tornava in breve tempo nitido e reale e questa mia presenza davanti al piccolo cimitero durò abbastanza a lungo da permettere alla silenziosa processione dei postulanti invisibili di concludersi e con essa si sciolse anche quella sensazione viscerale di pudore e di vergogna che mi aveva accompagnato fino ad allora.

Guardandomi attorno con maggiore serenità e leggerezza vidi assottigliarsi e diventare impalpabili le forme degli alberi, i contorni dei muri del piccolo cimitero e degli spiazzi erbosi davanti al cancello. Avvertii allora una sorta di prurito al centro della fronte e facendo un gesto istintivo con la mano mi resi conto che effettivamente stavo indossando io stesso una maschera, una maschera del tutto simile a quelle che andavo creando e distribuendo agli invisibili postulanti fino a poco prima. Me la sfilai era colorata di ocra molto chiara, priva di espressione, segnata da sottili linee scure a marcare i tratti del volto. La feci scomparire nello spazio nebbioso davanti al mio petto e mi allontanai da quella condizione come distraendomi da un’ improvvisa assenza.

Nella luce del primo mattino la vista


In foto: maschera rituale Vuvi, un gruppo umano che abita l’attuale Gabon centrale. Queste maschere fungono da agenti attraverso cui gli spiriti ancestrali riappaiono durante le cerimonie funebri e i solenni raduni della comunità


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