I datteri per Iftár

Se ho scritto (anche io) era quel pensiero

la pietà del buio, sulla via

del ritorno


i tavoli e i datteri per Iftàr

fra le macerie grigie di Rafah. In pensiero

(anche io) per le pietre levigate

e per quelle cadute, per la sete

e il sangue

ad ogni dio che promette terra

chiede vittime, raduna offerte

vuole soldi.

Quel pensiero (anche mio) che nulla

ancora, nulla è stato davvero

difeso.

(Iftar è il pasto che, durante il Ramadan, segna la rottura del digiuno al tramonto. È di solito un momento di gioia e condivisione, spesso celebrato in famiglia o con la comunità. Nella città di Rafah a marzo 2025, il primo Iftar è stato celebrato allestendo lunghe tavolate comunitarie fra le macerie delle case bombardate. Le immagini hanno fatto il giro del mondo. )


Da qualche settimana Incroci, la rivista letteraria semestrale, fondata e diretta da Lino Angiuli,e Daniele Maria Pegorari , raccoglie e pubblica sotto la rubrica: “Per Gaza: parole come pietre”  una serie di poesie, interventi, dialoghi, voci che si oppongono – per quanto possono – alla guerra e ai crimini contro l’umanità. Quelli in corso attualmente nella cosiddetta “Striscia di Gaza” e, per questo tramite, anche  tutti gli altri. Perché (come è scritto nelle convenzioni che istituiscono i tribunali penali internazionali e che  definiscono il genocidio nel contesto del diritto penale internazionale) ogni crimine contro l’Umanitá, ogni strage, ogni stupro di guerra, ogni pulizia etnica non è diversa dalle altre se non per le specifiche contingenze; ma come caso particolare le rappresenta e le richiama tutte.

Nella decima “puntata” di queste Parole/pietre viene ospitata anche la mia poesia che leggete al principio di questo post: “I datteri per Iftár“. Sono molto grato a Lino Angiuli e alla rivista, per l’ospitalità e a Diana Battaggia per avermene fornito l’occasione. Il testo è strutturato come un esplicito omaggio/riferimento alla poesia: Se ho scritto è per pensiero di Antonella Anedda, che apre la sezione “In una stessa terra” della raccolta: Notti di pace occidentale, del 1999; una raccolta che si è per così dire “rappresa” nell’autrice, all’ombra dei disastri umanitari in ex Yugoslavia che hanno segnato gli anni ’90. Quel riferimento, insieme all’impressione suscitata in me dall’immagine diffusa il 1° marzo 2025 da France Presse, che ritrae una lunga tavola per il primo Iftar di Ramadan, allungata fra le macerie di una città ormai ridotta alle sue rovine. Sono queste le due polarità fra le quali si è sviluppato il mio testo (l’immagine è quella in evidenza di questo post).

Riporto qui di seguito il collegamento online alla rubrica su Incroci online:


La lettura cumulativa degli interventi e la mia partecipazione anche ad alcuni eventi di “solidarietà a mezzo di poesia” durante questa estate, mi ha suscitato qualche pensiero sul senso complessivo di questi slanci di solidarietà ideale. L’evidenza della sproporzione fra vittime e carnefici nella vicenda di Gaza rende attualmente facile e perfino un poco manicheo schierarsi risolutamente a  sostegno delle vittime palestinesi, perfino da parte di spettatori  in passato – a lungo – distratti.  In presenza di un conflitto, tuttavia, anche parteggiando per la tutela del più debole, resta sempre necessario  (addirittura doveroso, se non si appartiene ad una delle parti in causa) tentare una comprensione delle diverse ragioni e verità che animano le parti in causa. Conoscere è sempre necessario, anche quando comprendere sembra impossibile, come ci ha insegnato Primo Levi. E se si vuole, davvero, cercare di comprendere non ci si deve accontentare di  una sola narrazione o del punto di vista di una sola parte, anche se si tratta del punto di vista della parte che abbiamo deciso di difendere. Forse, anzi, proprio per questo.

Affermo questo nella piena convinzione che il governo di Israele stia attualmente perpetrando un genocidio e che questa sia l’escalation di una politica di pulizia etnica programmata da tempo. E sono persuaso che sostenere la resistenza palestinese, oggi, abbia lo stesso senso che ha avuto – in passato – solidarizzare con la causa anti apartheid in Sudafrica, oppure schierarsi contro le violenze e i massacri in Rwanda e in ex Yugoslavia o ancora condannare per sempre la Shoah e il genocidio degli Armeni, giusto per restare sui bersagli più  grossi.

Consiglio, a questo proposito – cioè per uscire da una prospettiva manichea – la lettura di diversi post sul tema in: Fuori tempo massimo. Un blog in ritardo di Pietro Vereni e delle spiegazioni che l’autore, antropologo sociale e docente dell’Universitá di Roma Tor Vergata (del quale da molti anni mi onoro di essere amico) – fornisce in merito a quel che egli stesso definisce il “suo” sionismo.  Ed è una specifica azzeccata perché non ne troverete facilmente in giro versioni  simili (di sionismo, intendo).

Condivido molto la sua argomentazione relativa alle  responsabilità che competono  al mondo arabo nella genesi storica del disastro attuale, anche il richiamo relativo all’esistenza di un antisemitismo, per così dire, endogeno al mondo arabo-musulmano (incredibilmente gli europei non hanno un’esclusiva degli orrori) e condivido anche la sua opinione che la causa palestinese sia stata tradita e sacrificata in prima battuta proprio dalle potenze regionali arabe e da ultimo immolata sull’altare dell’integralismo islamico.

Aggiungerei, anche, che serve con urgenza un’analisi approfondita del ruolo che l’estrema destra internazionale ha avuto, dal 1945 dopo la caduta del nazismo, nel finanziare e sostenere la causa palestinese in funzione anti-ebraica, analisi tanto più necessaria per il fatto che, curiosamente,  oggi la leadership israeliana va  a braccetto proprio con i leader dell’estrema destra neonazista internazionale.

Personalmente non mi convince invece, del ragionamento di Vereni, l’impressione che ne ho di una sottovalutazione complessiva in merito alla  sproporzione attuale dei mezzi e degli  effetti distruttivi a danno della popolazione palestinese, rispetto alle minacce concrete che lo stato di Israele fronteggia. 

Qualunque ne siano le cause più o meno remote, tale sproporzione oggi è palese e la responsabilità del disastro umanitario attuale non pare molto allargabile o spacchettabile a ritroso. Tuttavia –  al di là delle differenti valutazioni personali –  trovo sempre  preziosi  i suoi interventi in merito alla questione israelo-palestinese, sia per l’onestá intellettuale che per il dettaglio e l’accuratezza dell’analisi e dei riferimenti. Sicuri (e poco diffusi) antidoti) a qualunque facile manicheismo.


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