Verso la X. Memoria di un futuro possibile

Quarta parte degli appunti di lettura relativi ad Autorizzare la Speranza (Italo Testa, Interlinea, 2023).

(foto, Gianluca Mantoani)

Ho esaminato la parte introduttiva del libro in questo post e  proseguito  in quest’altro con l’analisi del primo capitolo, Giustizia poetica.  Il secondo capitolo, dal titolo: Futuro radicale, a sua volta è strutturato in tre parti: Futuri a rovescio; Les jeux ne sont pas encore faits e Verso la X. Poesia e Terzo paesaggio.  Le prime due  sono oggetto di un post precedente (Luoghi di passaggio); l’ultima invece, dove si entra propriamente nel tema del terzo paesaggio  (già comparsa nel 2019 sulla rivista online leparoleelecose.it, come parte dell’indagine di Laura Pugno sul terzo paesaggio) sarà l’oggetto di queste note.


In Luoghi di passaggio, il post precedente, si è visto come Testa ricavi da  Robert Smithson l’idea che fra luogo e non-luogo, non ci sia reale opposizione ma, piuttosto, uno spazio di significazione aperto e percorribile e si è segnalata una interessante vicinanza fra questa percorribilità e la categoria di passaggio  rituale, che in antropologia culturale ha una sua storia molto lunga.  Sviluppare in questa direzione il concetto di “luoghi di passaggio“, questa è la mia osservazione, potrebbe essere potenzialmente molto più utile che non appoggiarsi al concetto  di non-luogo, molto diffuso ma anche altrettanto impreciso. Questo perché definendo gli spazi inconclusi come “zone di passaggio”  si apre la possibilità di ricorrere alla categoria di “liminalità” per dare conto del potenziale creativo e socialmente innovativo di questi spazi, ciò che in effetti li rende interessanti per il discorso poetico 

Della “liminalità” ci interessa qui la caratteristica che hanno luoghi, oggetti e attori sociali, quando si trovano in questa condizione, di  essere socialmente indeterminati e quindi di rappresentare da un punto d vista simbolico allo stesso tempo un potere e un pericolo. Questo accade perché tali componenti si vengono a trovare temporaneamente liberi dalle regole sociali e potranno essere riaggregati al resto della società solo dopo la fase rituale conclusiva, detta appunto di “riaggregazione”,  che assegnerà loro un nuovo posto nella società.

Le parole di Testa (e di Smithson) sulla indeterminazione dei luoghi “vuoti” e inutilizzati sembrano in un certo senso aggirarsi nei pressi del concetto antropologico di liminalitá, senza approdarvi. Questo accade certo non per loro difetto; è del tutto pacifico che  dibattiti e campi del sapere diversi si possano inoltrare nella stessa boscaglia senza vedersi e riconoscersi. Dal mio punto di vista, tuttavia, è molto interessante osservare che questa vicinanza di concetti esiste e che forse può essere utile svilupparla.  Ad esempio, potrebbe  essere una riflessione utile per  comprendere meglio la funzione poetica dei  luoghi “inconclusi”.

Tornando al ragionamento principale, Testa argomenta che la scrittura poetica fissa il paesaggio nel testo creando un cortocircuito significativo fra riferimenti materiali, tracce fisiche e verbali, riferimenti concreti e simbolici.  Il paesaggio dunque, riflettendosi nella scrittura, diviene esperienza dinamica e performativa. Non si tratta, in poesia,  di rappresentare per mimesis il paesaggio, ma piuttosto di assemblare le registrazioni, le  percezioni e le esperienze che possono dare conto della complessità esperienziale del paesaggio stesso.

Fra esperienza dei luoghi e scritture dei luoghi si crea dunque una circolarità: mappe di mappe, stratificazioni di rimandi. Come esempio Testa convoca ancora il lavoro di Robert Smithson, A tour of the monuments of Passaic, 1967, nel quale  attraverso il report fotografico di un viaggio da New York a Passaic veniva assemblata la documentazione visiva dei nuovi “monumenti”  incontrati sulla strada; i segni nel paesaggio urbano, commerciale e industriale della trasformazione in atto: i tubi, gli scarichi, i cantieri, le autostrade in costruzione. Vale la pena qui annotare che non solo l’abbandono dello spazio ma anche il processo di costruzione, quando si protrae a lungo nel tempo, dà luogo a fenomeni di terziarizzazione del paesaggio. E anche che l’abbandono o l’interruzione programmata dell’uso dello spazio non riguarda solo gli spazi urbani ma anche i paesaggi rurali, come evidenziato, ad esempio, dal lavoro sui paesaggi sardi sviluppato da Francesco Lai e Nadia Breda in Antropologia del Terzo Paesaggio (2011).

Il reportage di Smithson è importante, fra le altre cose, perché è attraversato dal senso forte della profondità del paesaggio in trasformazione; un paesaggio caratterizzato da “monumenta” (proprio nel senso storiografico di testimonianza documentale) che costituiscono le tracce, le “rovine” del contemporaneo; tracce da scoprire e documentare in una sorta di archeologia del presente;  “rovine a rovescio“,  testimonianze del presente che “si ergono a rovine, “come se il paesaggio manifestasse già nel suo sorgere l’entropia del suo destino“.  Testa le definisce, con un’espressione a mio parere molto felice: tracce, memoriali ed anticipatorie assieme, di un insieme di futuri abbandonati.

E qui arriviamo al cuore del discorso: questi spazi urbani e periurbani del paesaggio contemporaneo, punteggiati di cantieri e di abbandoni, sono quelli stessi del “terzo paesaggio” di Jilles Clement, sono gli spazi ricolonizzati dagli Ailanti della poesia dello stesso Italo Testa. Gli Ailanti, come le Robinie, come altre specie rustiche e colonizzatrici, devono la loro diffusione mondiale all’attività umana;  sono state introdotte nei secoli scorsi in Europa e poi si sono diffuse e naturalizzate ovunque, sfuggendo al  controllo dei loro “giardinieri”, come piante pioniere capaci di occupare rapidamente gli ambienti abbandonati

Si tratta di presenze pervasive e tuttavia poco visibili del paesaggio contemporaneo. Eppure questa “ricolonizzazione” è di per sé ricca di opportunità e potenzialità creative. Su questo aspetto Clement sembra mettere d’accordo tutti, compresi Italo Testa e Laura Pugno sul versante poetico.

Mentre per Smithson  il futuro rimaneva visibile sempre e solo come serie caotica di frammenti alla deriva, come distopia, l’indicazione di Testa è di passare oltre la distopia e, con l’aiuto di Jilles Clement, osservare i paesaggi inconclusi per coglierne il seme di qualcosa di nuovo che ancora deve nascere. Questi spazi eterogenei, fatti di vuoti e pieni mescolati in modo caotico,  Italo Testa  li definisce (richiamandosi appunto a Jilles Clement): “tessere del “terzo paesaggio“,  spazi “indecisi“, “di passaggio“, abbandonati o anche solo trascurati che, proprio grazie a questa temporanea vacanza dell’esercizio del potere diventano serbatoio di biodiversità, tessere anche di un “giardino planetario” che secondo Clement sarà decisivo per la salvaguardia della vita stessa.

Lo sforzo da fare è quindi di rovesciare in avanti lo sguardo dell’immaginazione e guardare ai processi di rinaturalizzazione come se fossero testimonianze delle ombre che il futuro proietta sul presente . In questo spirito  il terzo paesaggio può essere guardato come luogo privilegiato di elaborazione del possibile, serbatoio di soluzioni future ancora da inventare, ancora non decifrabili ma delle quali percepiamo già, in termini di disordine e pericolo, la radicalità nell’opporsi a quanto ci circonda etichettato di normalità. E’ in virtù di questa radicalità che il terzo paesaggio talvolta ci spaventa. Ed è proprio per questa radicalità e questa capacità di spaventare e consentire invenzione che va considerato come “luogo poetico” privilegiato per l’osservazione di forme a venire del vivere sociale.

Dalla città alla “periferia diffusa”.  I cambiamenti degli ultimi decenni  hanno mutato ovunque i termini del rapporto urbano/rurale, mettendo in discussione al contempo l’idea che sia davvero ancora  la città, simbolo indiscusso della modernità fra XIX e XX secolo, il luogo privilegiato dell’esperienza  poetica.

Nei decenni del XX° secolo, specialmente durante la seconda metà, si è sviluppata nelle nazioni più industrializzate una “periferia diffusa“, nel senso tecnico di luoghi estesi che denunciano una mancanza di centro; una realtà caratterizzata da specifici processi di rinaturalizzazione, mescolanza di uso e di abbandono,  nei quali la relazione fra natura e cultura appare “disordinata” e fuori posto. Sono i posti dove si prova una sensazione di inquietudine e  pericolo non definito, di disordine e minaccia; sono quei particolari disturbanti che si cerca di non inquadrare nella fotografia, perché si avverte che in qualche modo la “rovinano”. 

Un elemento rilevante di questi processi di rinaturalizzazione e trasformazione è però che “la Natura” vi si manifesta secondo leggi sue proprie, che si mostrano “indifferenti” al progetto umano, al potere, alle delibere istituzionali. Non si tratta qui di natura benigna o matrigna, si tratta  piuttosto di indifferenza dei ritmi biologici alla misura e ai ritmi delle società umane. Imparare a riconoscere e relazionarsi con questa indifferenza implica una trasformazione del nostro sguardo, che deve abituarsi a vedere e riconoscere il mutuo  approssimarsi erosivo di natura e progetto, abbandono e costruzione. È un punto di attrito vero, il discrimine fra natura e cultura; per questo l’indifferenza naturale può essere valorizzata (poeticamente) come serbatoio di possibilità vitali e creative.

Possibilità che si manifestano principalmente come assenza di un potere istituzionale (pubblico e/o privato) e quindi di una volontà legittima di indirizzare il corso delle cose. È questa vacanza del potere che consente lo sviluppo indisturbato delle alternative possibili e dunque giustifica (autorizza) la speranza che le cose possano essere diverse da come sono. La speranza riguarda dunque la possibilità di trascendere l’ordine dato del mondo verso una direzione differente e fa riferimento alla valutazione/sensazione che in esso (nel mondo) manchi qualcosa di importante (pag  81) e che  un mondo migliore sia (ancora) possibile.

Il discorso si sposta allora sul crinale dell’immaginazione di futuri possibili. Se negli ultimi decenni l’immaginazione del futuro come terreno di modelli sociali in competizione si è praticamente esaurita, per riattivarla (l’immaginazione) la domanda su “che cosa possiamo sperare” va ricollocata in un orizzonte più ampio di quello politico nel quale si è come inaridita. Bisogna cambiarla di vaso, per tenerci su metafore “da giardino”; il che può significare: “guardare alle metamorfosi dell’urbanesimo contemporaneo, esplorare le ibridazioni del paesaggio, le mutazioni cui il nostro rapporto con la natura va incontro ci conduce ad esplorare territori inconclusi, matrici di trasformazione” nelle quali provare a leggere la traccia attuale di ciò che tendiamo a divenire.

Questo lavoro di ricollocazione dell’immaginazione del futuro  riguarda la poesia, in modo particolare, perché si tratta proprio di “riappendere la grammatica della speranza“, decifrare l’immaginazione liberata dalle restrizioni  degli orizzonti di attesa, cercando di farne emergere la possibilità di nuovi spazi comuni.

Ma questo lavoro incontra delle difficoltà, proprio a causa delle condizioni sociali in cui l’immaginazione si sviluppa e si nutre. In particolare, l’organizzazione sociale del lavoro nel capitalismo contemporaneo esercita un influenza forte anche sulla definizione dell’immaginazione sociale che, nelle mani dei soggetti sociali dominanti,  le imprese,  viene piegata nella direzione di un eterno presente centrato sul ciclo della produzione e del consumo . Questa egemonia del presente sulla nostra immaginazione, reiterata per almeno 5 decenni (dalla seconda metà del ‘900), è il campo poietico in cui la poesia oggi deve misurarsi.  Secondo Testa questa è la sfida nella quale la poesia si può legittimare, mostrando di essere in grado di aprire una “fenditura nel presente“, una nuova possibilità dell’immaginazione,  memoria di un futuro differente da quello che oggi ci aspettiamo.

Questo lavoro è possibile, perché il cammino verso il futuro è (per definizione) ancora in corso. I giochi non sono ancora fatti; qualunque sia il “futuro presente“,  quello verso cui oscuramente ci stiamo incamminando, fra ora e allora le cose,nella pratica, possono essere modificate. Questo è lo spazio possibile di cambiamento che lega il presente vissuto al futuro immaginato. È questo lo spazio che la poesia deve abitare, descrivendo lo scarto fra futuro presente e presente futuro.

In conclusione la tesi di Testa è che il “terzo paesaggio” è oggi il “luogo”  in cui può muoversi la poesia, per costruire un discorso del presente che si ponga anche come immaginazione del futuro. Ma il terzo paesaggio, che per Clement è l’insieme degli spazi sottratti alla decisione delle forze sociali, ha anche un senso metapoetico, come metafora di secondo livello capace di rendere visibile la condizione di eccentricità che la poesia occupa nel mondo contemporaneo. Cosa significa dunque per la Poesia confrontarsi con il “terzo paesaggio”?  Un primo livello riguarda l’ontologia del presente, ovvero che cosa si può dire a proposito di un mondo in divenire. Poi c’è un secondo livello, un ragionamento metapoetico che traccia un parallelo fra il concetto di terzo paesaggio qui inteso come metafora e il ruolo del discorso poetico nella vita sociale oggi (se e come si possa fare poesia nel contesto attuale, insomma il tema della marginalizzazione della poesia nel campo letterario e in quello culturale tout court,

La possibilità di mettere in discussione l’idea postmoderna della contemporaneità come fine della Storia è una implicazione molto interessante per la Poesia. La marginalizzazione, la perdita di potere e di riconoscimento sociale mettono il campo poetico in condizioni adatte a trarre il massimo beneficio dal “coinvolgimento” col concetto di terzo paesaggio. La wastelande, la terra desolata di T. S. Eliot, se osservata nell’ottica del terzo paesaggio appare ribaltata, non più solo la “terra desolata” della modernità, ma il contenitore liminale di matrici del possibile; un terreno in abbandono dove erroneamente, ma con forza vitale, secondo logiche che ci sfuggono, “germina il nuovo”

Questa implicazione del terzo paesaggio, entusiasmante e aperta per un verso, mi sembra tuttavia mancare di una adeguata considerazione della profondità storica del paesaggio. Mi spiego: lo stesso spazio può essere  rinaturalizzato e utilizzato più volte; la tecnica colturale del maggese, ad esempio, usa consapevolmente l’abbandono temporaneo come strategia di recupero della fertilità del terreno. Anche il modo di produzione di caccia-raccolta prevede cicli temporanei di abbandono e ritorno sul territorio. Nella trattazione che ne viene fatta, in relazione ad ambiti diversi da quello “nativo” dell’architettura del paesaggio (Clement è un architetto paesaggista), il paesaggio “indeterminato” viene innalzato a metafora e, con lo sbilanciamento verso il futuro la metafora sembra perdere la sua profondità storica, che invece è la caratteristica che determina un luogo per come si presenta al momento dell’abbandono.

Se la poesia deve convocare il paesaggio attuale e cercare di vederci un divenire, le tracce di un futuro possibile, se deve “cercare “l’emancipazione possibile da quell’effetto di blocco, di schiacciamento sul presente, che è il frutto avvelenato dell’incanto postmoderno” è importante, a mio avviso, che il suo rapporto con i luoghi sia  nutrito della profondità storica di cui essi sono il risultato. Proprio per alimentare l’immaginazione necessaria a nutrire i possibili diversi futuri che lo riguardano.


https://holtsmithsonfoundation.org/news/suburban-odyssey-revisiting-smithsons-passaic


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