Autorizzare la speranza. Giustizia poetica e futuro radicale, di Italo Testa (Interlinea, 2023) è un libro, argomentato e persuasivo, denso e agile allo stesso tempo (ma questo l’ho già detto qui).
Provo quindi a mettere in ordine le idee (ci metterò del tempo e più di un post) per entrare nel dettaglio di questa riflessione sul rapporto che la poesia ha con la verità e col futuro (che già sarebbe un programma ambizioso) e anche con la ricerca, ad un tempo pratica e utopica, di un senso e di un principio di giustizia. E ancora, col fatto che la poesia sarebbe collegata, costitutivamente diciamo, ad una radicale promessa di felicità, concreta anche se di là da venire e tutta da “immaginare”.
Il libro si articola in tre riflessioni, indipendenti e tuttavia collegate in modo da suggerire una sorta di percorso: 1) Giustizia poetica; 2) Futuro radicale; 3) Paesaggio in movimento . Sono indubbiamente titoli di quelli che suscitano il mio interesse, pertanto mi inoltro…
Il problema, posto come partenza del ragionamento, è: cosa si intende per verità nel discorso poetico? La verità della poesia è descritta qui non come un dato di fatto o una realtà oggettiva da svelare, ma piuttosto come un’anticipazione, una speranza: “come se la poesia rinviasse ad un’idea di mutamento, ma un mutamento che non è essa stessa a produrre” (pag. 8).
Il punto interessante è che in questa ricerca attorno alla verità si specchia la dimensione collettiva della poesia, il suo essere “discorso pubblico”, teso a delineare l’immagine di una comunità futura rispetto a cui la poesia stessa si deve assumere il compito di autorizzare la speranza di poterla realizzare, che il mutamento suddetto possa in effetti prodursi.
Ma, avverte l’autore, la condizione di questa speranza è che non può essere lei stessa, la poesia, mentre la “autorizza” a generarla o parteciparvi. O si “mmagina” il futuro cambiamento, “sporgendosi dall’interno presente verso il futuro” (sono parole di Testa) , sembra essere la questione, o si lavora per ottenerlo, ma allora si resta ancorati al presente, impossibilitati, per così dire, a “vedere oltre”.
Su questo punto, sulla dimensione pubblica e trasformativa (utopica) della poesia, sul rapporto presente/futuro, si innesta il tema della “crisi di intelligibilità del contemporaneo“, un tema che ormai è già di per sé un classico .
La fine della modernità, nella visione postmodernista della contemporaneità, coincide con la fine radicale del senso, della significazione, delle possibilità comunicative. In altre parole: che senso ha (socialmente) la parola poetica? Se la poesia rimanda ad una promessa di collettività, oggi che sono caduti i riferimenti politici, utopici, di una prospettiva di emancipazione collettiva, come si costruisce il significato della poesia come discorso pubblico?
Testa sembra suggerire che anche quando la “dimensione collettiva” si indebolisce sul piano pratico essa resta sempre disponibile su quello dell’immaginazione ed è proprio allora che il discorso poetico, il suo lavorare per anticipazioni e possibilità, per immaginazioni, si può rivelare importante. Proprio in questo orizzonte in crisi di “significati condivisi“, in cammino incerto verso un orizzonte ancora da venire, la radicale spinta immaginativa ed anticipatoria della poesia ritrova il suo “potenziale politico”.
La crisi di intellegibilità del mondo moderno può essere letta quindi non come la perdita di senso su cui si attesta la narrazione postmoderna del reale, ma piuttosto come occasione di mutamento di prospettiva, indagine anticipatoria di nuove strutture di senso ancora da individuare: “le potenzialità della poesia oggi andrebbero misurate in questa prospettiva, nella sua capacità di futurazione, di stare insieme dentro e fuori il mondo conosciuto, di sporgere per così dire dall’interno verso il mondo a venire” (p. 11)
Nelle parole della poetessa statunitense Audrey Lorde: “il potere della poesia in prima linea nella nostra marcia verso il cambiamento – suggerire il possibile che si fa realtà” . Le crisi della politica, dell’identità collettiva e del mandato sociale che la poesia ha conosciuto nel corso del ‘900, si intrecciano nella vita pubblica delle società industriali contemporanee; ma – fa notare Testa – la questione del contenuto sociale della poesia è più ampia di quella della sua funzione sociale .
Proprio tale ampiezza, tale indeterminatezza, apre il campo alle possibilità, all’esplorazione, alla reinvenzione su nuove basi e costellazioni di senso; è per questo intreccio di ragioni che la poesia avrebbe a che fare con l’autorizzazione alla speranza,
Allontanandosi decisamente dall’anomia della visione postmodernista, che lo ritiene buono soltanto per la mimesi del nonsenso, il discorso poetico “confinerebbe invece con la speranza, la capacità di rapportarsi al futuro, nonostante tutto, come a un orizzonte di possibilità a venire e con il coraggio di agire in vista di ciò che individualmente e insieme possiamo sostenere solo con la nostra immaginazione.”
Ed è qui, sul “principio speranza” e sull’apertura ad un orizzonte di senso possibile, fra esperienza del presente e immaginazione del futuro, che si innesta la questione della giustizia poetica. Ma, siccome è una questione un po’ complessa da sintetizzare, lo farò in un post dedicato.
L’analisi del testo, in particolare del capitolo: Giustizia poetica continua in questo post
E intanto, alcune di queste riflessioni stanno indirizzando quello che scrivo, ad esempio qui
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