Il 16 gennaio 2026 era un doppio compleanno. Dodicesimo anniversario dell’esordio della rassegna “Aperipoetica” e undicesimo della nascita di Periferia Letteraria, che ha festeggiato proponendo un nuovo appuntamento di Aperipoetica presso il Polo Culturale Lombroso 16 a Torino, vale a dire la presentazione di due “Gemme” della collana di quaderni di poesia italiana contemporanea che Cinzia Marulli cura per le Edizioni Progetto Cultura.
Si trattava degli Esercizi di Stile di Maria Teresa Ciammaruconi e di La cura di te e altre insistenze di Mariella De Santis. Nel primo caso l’autrice, molto avvezza alla sperimentazione metrica e alla ricerca sulla parola, si concede una “limitata stagione” di scrittura nella forma chiusa e tradizionale del sonetto; cercando, nell’esercizio di adattarsi a stare “seduta fra le sbarre corte delle rime“, la forza espressiva per mettere a fuoco se stessa anche in prima persona, con una libertà che, probabilmente, le grandi cautele rese necessarie dalle altrettanto grandi libertà offerte dal Verso libero non le consentivano di concedersi. Questo è stato un punto toccato anche durante la conversazione con il pubblico, del quale condivido il suggerimento che, in definitiva, le forme metriche “chiuse” (in questo caso il sonetto) un po’ perché limitano le alternative formali e un po’ perché si situano in uno spazio – per così dire – di minoranza, concedono in effetti una grande libertà espressiva agli autori. Ne è un esempio anche il lavoro di indagine sulla storia della filosofia e delle scienze sociali che da anni un autore come Francesco Deiana sta compiendo, proprio all’insegna della forma sonetto.
A mio avviso, tuttavia, in questa discussione si tende solitamente a dare troppo per scontato che le forme “libere” della metrica contemporanea costituiscano uno spazio di grande libertà e che ciò si traduca, automaticamente, in una sorta di maggiore “facilità” di espressione e di costruzione del testo. In effetti, se si pensa che quasi 120 anni ci separano (ad esempio) dal grande lavoro sul verso libero di Gian Pietro Lucini del 1908, è chiaro come questo territorio eminentemente contemporaneo della ribellione alle convenzioni dello stile e della metrica sia diventato – a sua volta – un’istituzione tradizionale ed una tradizione la cui natura particolarmente subdola non sta tanto nelle regole riconoscibili da seguire, quanto in un sistema di “attese” del pubblico, attese alquanto sfuggenti, mutevoli e difficili da identificare. Davanti a questo genere di difficoltà insite nella cosiddetta metrica libera, giustamente, il ricorso alle forma chiusa del sonetto può ben rappresentare uno spazio protetto nel quale riuscire a sentirsi liberi di indagare se stessi.
Io sono poi rimasto personalmente colpito dal lavoro presentato da Mariella De Santis, La cura di te e altre insistenze, nel quale si allineano tre poemetti, testi lunghi e davvero liberi nella scansione metrica e strofica, che sembrano obbedire più ad esigenze sonore e teatrali che a logiche testuali in senso stretto. Ne sono rimasto colpito perché al centro vi si trova Ipnos. Il poema del sonno, che si fa precedere da un lungo canto sulla cura di te (e dunque del sé, della vita, dell’attraversare la vita) e seguire dalle disobbedienze, dalla parola che rompe gli argini e così facendo li esplora.
Ipnos mi ha colpito perché in questi mesi il campo del sonno e del sogno, inteso come territorio immaginale creativo al di fuori del controllo della volizione e della coscienza, è venuto a trovarsi al centro della mia curiosità e delle mie letture; ci sono arrivato da un percorso del tutto differente, mi pare, da quello che aveva condotto Mariella De Santis. Ci sono arrivato provenendo dall’antropologia dell’esperienza di Victor Turner, dall’etnopsicoanalisi di Piero Coppo e Tobie Nathan, incuriosendomi sugli sviluppi della psicologia analitica e infine delle riflessioni sul rapporto fra poesia, immaginazione e realtà sviluppati da un grande poeta come Wallace Stevens e riprese recentemente, in contesto del tutto diverso, da Italo Testa. Ma se il percorso di ciascuno è diverso e peculiare, mi sembra invece di ravvisare una comune disponibilità a lasciarsi sedurre da questo spazio di possibilità che il sogno rappresenta, uno spazio allo stesso tempo personale e pubblico, individuale e condiviso. Una disponibilità che proviene dalla consapevolezza, che sembra evocata anche dalla disposizione dei tre poemetti nel libro, che della vita il sogno è al contempo cura e disobbedienza.
Una condizione assai simile alla morte e insieme in tanto tumulto, per usare le parole stesse di Mariella De Santis, che “sopra il sonno, sotto la veglia/ la scrittura spartisce/ origini, confini, dimore.”
[…]
Se è regola sociale
il tempo del dormire
nessuno di noi in esso
è eguale.
Gli odori, le posture
visi beati o smorfie
gemiti, sospetti a fior di labbra
verità che evade.
Ah come potrei lamentarmi,
Come, cuore mio, vederti tanto greve,
Se il sole perfino deve disperare,
Se persino il sole deve tramontare?
Al risveglio tutto pare
simile al giorno innanzi
mentre vive silente in noi
un boato d’anarchia.
da: Ipnos. Poema del sonno; Mariella. De Santis, 2000




Nell’immagine in evidenza, Mariella De Santis, Torino 16/01/2026. Foto di Gianluca Mantoani
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