Audre Lorde e i confini. Un avvicinamento

Questo è un avvicinamento, in punta di piedi. Lo ammetto, ho incrociato i testi di Audre Lorde solo di recente; è capitato però un paio di volte nell’arco di poche settimane, in contesti del tutto differenti e, in entrambe le occasioni, la mia curiosità è stata destata sia dalla forza che esprime la sua parola che dalla constatazione di quanto poco ne sia diffusa la conoscenza. Capendo, dalle notizie raccolte, che si tratta di un’autrice importante e vergognandomi anche di non saperne praticamente nulla (Lorde era per me un nome, scivolato fra gli altri, in letture passate sulle lotte per i diritti civili negli Stati Uniti), ho pensato di provare a colmare la lacuna.

In Italia, in generale, la poesia ha poca eco rispetto ad altre forme di discorso pubblico e, come altrove, anche all’interno del campo “iniziatico” della poesia, la voce femminile ha meno risonanza di quella maschile. Nel caso di Lorde, tuttavia, l’imbuto si stringe ulteriormente per ragioni sociali e identitarie, in una parola, politiche. Si tratta infatti di una poetessa di lingua inglese, nera, lesbica, femminista, attivista per i diritti civili delle minoranze. Per quanto rilevante e lucida osservatrice della realtà, nella sonnolenta e moderata Italia contemporanea la sua voce trova evidentemente piuttosto attrito.

Come scrivevo, la mia attenzione era stata sollevata dal combinato disposto di due occasioni fortuite: dapprima lo spettacolo “domestico” di Valentina Veratrini (il Verateatrino del 12 febbraio 2023, interpretazione di una selezione di testi attorno al tema dell’amore, declinato in modo allo stesso tempo ironico, anticonvenzionale e delicato) e, circa tre mesi più tardi, la lettura di Autorizzare la speranza, (ne ho parlato in alcuni post) in cui Italo Testa ricorre proprio alle parole di Audre Lorde per esprimere la capacità e il ruolo della poesia di stare nel presente e allo stesso tempo di “sporgersi” oltre, per dare conto del futuro che vi si prepara.

E lo fa, in particolare, citando un paio di passi da “La poesia non è un lusso” (in: “Sorelle Outsider. Gli scritti politici di Audrey Lorde“, Il dito e la luna, Milano, 2014), secondo cui il potere della poesia “in prima linea nella nostra marcia verso il cambiamento” starebbe nel “suggerire il cambiamento che si fa realtà” (pag 12 del libro di Testa) e, più avanti (a pag 50): “la poesia è il modo con cui contribuiamo a dare nome a ciò che non ha nome, così che possa essere pensato“.

Fra i materiali di approfondimento disponibili online (non abbondanti) reperiti nella mia ricerca, mi hanno colpito due scritti: “Le poesie di Audre Lorde. Il progetto WITdi Anna Zani (Post Filosofie, n° 11, 2018 ) e “Per quelle di noi che vivono sul ma nonrgine. I confini nel pensiero e nella poetica di Audre Lorde” di Margherita Giacobino (DEP, n° 38, 2018). Anna Zani spiega con chiarezza come il pensiero e la poetica di Audre Lorde stiano alla base della riflessione sul linguaggio (e sul suo rapporto con il vivere nel proprio tempo e luogo) che fonda l’esperienza del collettivo di traduttrici W.I.T. (Women in Translation); per chiarezza riprendo qui un brano dell’articolo che lo dice in modo esemplare:

Non è un caso che il progetto nasca dal desiderio di tradurre le poesie di Audre Lorde. La sua poetica è ricca di elementi fondamentali per una riflessione sul linguaggio:

La razionalità non è inutile. Serve al caos della conoscenza. Serve al sentire. Serve per andare da questo a quel luogo. Ma se tu non onori i luoghi, allora la strada non ha senso alcuno. E questo è quel che troppo spesso accade quando si venera la razionalità e quel tipo di pensiero accademico, analitico, circolare. Ma alla fin fine io non vedo il sentire/pensare come una dicotomia. Lo vedo come una scelta di modi e di
combinazioni
.
(da: Un’intervista: Audre Lorde e Adrienne Rich, in A. Lorde, Sorella Ousider , Il dito e la luna, Milano 2014, p. 176)

Onorare i luoghi, per Lorde, è onorare la parola. La parola che diventa poesia. L’amore per il linguaggio, il rispetto per la parola come strumento di comprensione e di costruzione della realtà, sono il fil rouge che lega le WiT l’una all’altra, e tutte a Audre Lorde.

Detto che l’esperienza del “Collettivo di Traduzione” WIT è di per sé affascinante, trovo illuminante il fatto di definire la poesia come processo che lascia emergere le descrizioni di parti di realtà e di esperienza ancora non nominate o difficilmente nominabili e questo nominare consente poi a sua volta di pensare le realtà per dire le quali ancora non ci sono parole.

Mi viene alla mente qui il tema dei “muted group“, quelle componenti sociali subalterne che si trovano ad essere “muted” in quanto lo sviluppo del linguaggio è legato alle dinamiche di distribuzione del potere. Il tema è sviluppato dall’antropologo anglosassone Edwin Ardener a partire dal saggio: Belief and the problem of women, del 1972.

Audre Lorde chiarisce che in ciascuna identità si possono stratificare diverse forme di oppressione e di silenzio “imposto”. A questo silenzio lei cerca di rispondere attraverso la circolarità del “sentire” e del “pensare’.

Da un lato è un processo che si muove per cosi dire in verticale, dalle “profondità” del “sentire” (“deep feelings“) alla consapevolezza del pensare, dove le profondità sembrano alludere anche ad una dimensione inconscia e però libera dalle costrizioni sociali di genere, classe, identità, (eccetera) che sono espresse ed incardinate nel linguaggio e per questo appartengono alla sfera del pensiero cosciente.

Una visione originale perché cerca di spiegate come le costrizioni e le diseguaglianze sociali si iscrivano nel vissuto anche profondo dei singoli, ma lo fa attraverso un modello alternativo a quello psiconalitico, secondo cui le costrizioni sociali sono introiettate nell’inconscio e a quel livello producono conflitti e tensioni pischiche. Per Audre Lorde, mi sembra di capire, il vissuto profondo è libero e può essere portato alla consapevolezza proprio grazie alla poesia. E quindi la poesia può fornire al pensiero cosciente materiali per nominare e definire ciò che altrimenti chi è oppresso non ha parole per dire.

In italia le traduzioni dell’opera di Audre Lorde scarseggiano, anche se si c’è stato un risveglio di interesse dopo il 2010. Riporto in proposito le parole di Margherita Giacobino: nonostante l’importanza e il riconoscimento ricevuto, in Italia Lorde è rimasta “per decenni una specie di mito sotterraneo, i suoi lavori tradotti solo parzialmente e fatti circolare quasi clandestinamente su pubblicazioni di movimento. È solo nel 2014 che appaiono, a distanza di pochi mesi uno dall’altro, Sorella Outsider. Gli scritti politici di Audre Lorde (Il Dito e La Luna) e Zami. Così riscrivo il mio nome (ETS, Pisa), che insieme rappresentano la quasi totalità delle prose pubblicate di Lorde” (Giacobino, 2018, pag 114)

Sempre dal saggio di Giacobino ricavo una illustrazione della tematica identitaria decisiva di Audrey Lorde, ovvero la sua autoidentificazione come “outsider“, persona che vive sul confine fra identità differenti, tutte oggetto di diverse e specifiche modalità di oppressione. Una condizione che si sviluppa nel suo sentire e nel suo pensiero in modo molto ricco, dando luogo ad una riflessione anticipatoria sulla cosiddetta “intersezionalità” delle forme di dominazione.


Da: Litania per la sopravvivenza:
Per quelle di noi che vivono sul margine
Ritte sull’orlo costante della decisione
Cruciali e sole
Per quelle di noi che non possono lasciarsi andare
Al sogno passeggero della scelta
Che amano sulle soglie mentre vanno e vengono
Nelle ore fra un’alba e l’altra
Guardando dentro e fuori
E prima e poi allo stesso tempo
Cercando un adesso che dia vita
A futuri
Come pane nelle bocche dei nostri figli
Perché i loro sogni non riflettano
La fine dei nostri3.


Questo inizio della poesia forse più nota di Lorde ci introduce immediatamente nella complessa tematica del confine, che qui viene evocato più volte con termini diversi, quasi la poeta volesse rappresentare la molteplicità delle sue possibili sfumature: margine (shoreline, lett. linea costiera), orlo (edges), soglie (doorways) – ma il confine in quanto linea di separazione è evocato anche da espressioni temporali: le ore fra un’alba e l’altra, prima e poi, e spaziali, dentro e fuori. Lorde si rivolge a quelle di noi (la scelta del femminile è nostra, delle traduttrici, e ci torneremo) che si collocano non nel chiuso di una comunità, paese o famiglia, protette da un sogno di libertà che si rivela fallace (the passing dreams of choice), bensì sono consapevoli di essere outsider, di “vivere sui confini”

(in: Margherita Giacobino, DEP n. 38 / 2018 – pag 114)


Alcuni riferimenti trovati in rete

L’erotico come potere è stato tradotto in italiano da Rosanna Fiocchetto e Julienne Travers, Bollettina del CLI, Roma, 1986; e da Elisabetta Neri, in Braccolini Raffaella et al. Critiche femministe e teorie letterarie, Bologna 1997.
Sorella Outsider. Gli scritti politici di Audre Lorde, trad. Margherita Giacobino e Marta Gianello Guida, ed. Il Dito e La Luna, Milano 2014,
Zami. Così riscrivo il mio nome, trad. Grazia di Canio, introduzione e cura di Liana Borghi, ETS, Pisa 2014.
Il valore della differenza: L’attualità e il pensiero di Audre Lorde, convegno internazionale organizzato dall’Associazione Fuoricampo a Bologna nel maggio 2006.

Numero di giugno 2015 della rivista «Poesia», pubblicazione di una scelta di liriche tradotte dal gruppo Wit (Women in Translation)

https://www.wired.it/play/libri/2021/02/18/audre-lorde-femminismo-black-doodle/

http://www.lamacchinasognante.com/5-poesie-da-damore-e-di-lotta-poesie-scelte-di-audre-lorde-le-lettere-2018-con-saggio-di-daniela-maurizi/

ROMPERE L’ARGINE DEL SILENZIO CON LA POESIA: D’AMORE E DI LOTTA, POESIE SCELTE, DI AUDRE LORDE (LE LETTERE, 2018)


(foto: More Audre Lorde – The Audre Lorde Great Read at Lehman College

greatread.commons.gc.cuny.edu)


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