Nelle ultime settimane ho lavorato con un modello di assistente digitale che, per descriverlo con le sue stesse parole, è “un Large Language Model sviluppato da Anthropic, addestrato con una tecnica chiamata RLHF — Reinforcement Learning from Human Feedback.
L’ho tempestato di questioni di metrica, costruzione di un testo, analisi di testi miei e altrui e via discorrendo. Ne son venuti fuori una serie di cose, secondo me interessanti. Quel che segue è tratto da un articolo che ho costruito su questa esperienza. Non so ancora che cosa ne sarà dell’articolo intero, ma intanto il “trailer” lo metto qui, per chi fosse curioso.
[…] l’espressione metrica variabile descrive a mio parere meglio di verso libero ciò che effettivamente accade nella costruzione di un testo poetico contemporaneo. Il poeta non è mai libero dalla metrica così come non sono liberi i suoi versi dalla necessità di esaudire le differenti aspettative implicite di ritmo e musicalità della parola, l’orizzonte di attesa come è stato anche definito. L’autore deve scegliere, verso per verso, la misura giusta per ciascun momento del testo. Il settenario, l’ottonario, il quinario non sono scomparsi dalla poesia italiana — sono diventati — grazie a Lucini e molti altri — soluzioni disponibili, mobili, utilizzabili senza obblighi codificati di obbedienza ad un canone. Il vincolo, che è linguistico e non può essere abolito, da formale ed esteriore è stato interiorizzato e reso flessibile.
[…]
Propongo un esempio concreto, tratto dal lavoro che ho fatto con l’aiuto di un assistente digitale a.i. su una mia poesia inedita e recente. La poesia si intitola Yurugu — dal nome della volpe pallida della cosmogonia Dogon (Africa occidentale, fra Mali e Burkina Faso), animale dalle abitudini notturne che lascia le proprie orme su una superficie rituale preparata con funzione oracolare. Il testo nella sua versione attuale è questo:
La volpe pallida scende
al santuario
la notte. Le sue orme
fanno la scrittura
che il dottore decifra
con la prima luce:
“zampa sinistra avanti
e sarà febbre
dalla quarta sera“.
Si traccia il cammino
camminando.
Il testo è arrivato a questa forma attraverso un lavoro di revisione e limatura consapevolmente metrico. Non si trattava di liberare, ma di identificare la misura del verso adeguata per ogni momento della poesia. Lo schema sillabico è questo:
v.1 7 (settenario) La volpe pallida scende
v.2 5 (quinario) al santuario
v.3 7 (settenario) la notte. Le sue orme
v.4 6 (senario) fanno la scrittura
v.5 8 (ottonario) che il dottore decifra
v.6 6 (senario) con la prima luce:
v.7 8 (ottonario) zampa sinistra avanti
v.8 5 (quinario) e sarà febbre
v.9 6 (senario) dalla quarta sera.
v.10 7 (settenario) Si traccia il cammino
v.11 4 (quadrisillabo) camminando.
Il testo non ha una misura fissa, ma non per questo è privo di sistema. Le tre misure dominanti — 7, 5/6, 8/4 — corrispondono ai tre momenti semantici della poesia: la cornice della volpe e del santuario, il blocco della decifrazione, la sentenza finale. Ogni distico ha una asimmetria interna — verso lungo e verso breve — che crea il movimento ritmico di ciascun blocco. La poesia è emersa da un periodo, che definirei di “incubazione” tematica, piuttosto lento e lungo, con una struttura e un testo già molto simili all’attuale: le immagini, le scelte, la scansione erano presenti, l’effetto però non era quello finale, mancava parte della coerenza e un filo conduttore sonoro non esplicito ma percepibile. Per questo ho lavorato sul testo, verso a verso, avvalendomi anche delle competenze testuali di un cosiddetto “assistente di AI generativa” (Claude AI, un large language model sviluppato da Anthropic). Vale la pena fare un inciso metodologico sulla natura della collaborazione con uno strumento A.I. per dare forma ad un contenuto artistico, perché sul tema c’è un dibattito ampio e interessante.
Il punto di partenza deve essere la consapevolezza dei limiti, senza delegare ciò che non si può delegare (la produzione di testo) e senza rinunciare a ciò che lo strumento può offrire di eccellente (memoria, velocità, connessioni, corpus ampio). È utile rendere esplicita una distinzione: l’AI generativa può agevolmente fornire al suo interlocutore due prodotti molto diversi: le si può chiedere di essere generatore di testo al posto dell’autore, oppure la si può attivare con catene di domande e sottoponendole materiali, come acceleratore di consapevolezza, che affianca l’autore nel lavoro tecnico e riflessivo ma non può sostituirlo, per una ragione semplice che ha radici filosofiche precise. L’arte, nella tradizione che ci riguarda, non è solo testo (o manufatto): è testo come traccia di un’esperienza vissuta — quello che Dilthey chiamava Erlebnis. Il sistema AI non ha Erlebnis: non ha vissuto niente, non ha scelto niente nel senso profondo del termine, non ha nulla in gioco quando eventualmente gli si chiede di generare versi. Può simulare la forma dell’espressione, ma non la fonda. Per questo non può sostituire l’autore, può però affiancarlo molto utilmente nella parte di supporto al lavoro creativo, in cui l’esperienza vissuta non è in gioco: la verifica tecnica, la memoria del testo, la ricerca di connessioni, la messa a fuoco del ragionamento.
Ha senso, allora, ripercorrere alcuni passaggi di questo lavoro, perché mostrano bene sia il tipo di domande che la categoria di metrica variabile pone all’autore sia il contributo che si può ricavare in proposito da uno strumento di AI generativa.
V1) Il verso originale “La volpe bianca scende” è diventato “La volpe pallida scende”: non per ragioni metriche — entrambi sono settenari — ma perché pallida è colore con una qualità differente, appartiene al mondo notturno e oracolare più di bianca, che è colore araldico, piatto. Ho scelto dunque pallida perché so che Marcel Griaule ha parlato di “pale renard” nel suo studio (peraltro contestato a posteriori) sui miti Dogon. La metrica qui era già giusta; il lavoro era trovare la precisione semantica dentro la misura e pallida riportava nel testo anche lo sguardo da lontano, la relazione con un pensiero altro che cerco di mettere alla base del mio lavoro con le poesie.
V4) Il verso originale “sono la scrittura” è diventato “fanno la scrittura”. Nel primo caso la metafora copulativa sono dichiarava invece di mostrare, il che mi allontanava dall’obiettivo. Ho inserito fanno, che afferma una funzione concreta: le orme non hanno l’identità della scrittura, ne compiono il gesto. La misura del verso è rimasta invariata, il senario; il guadagno è stato nel peso semantico del verbo.
V5 e V6) Il distico originale “Il dottore le legge / solo al mattino” è il caso più istruttivo. Lo trovavo metricamente piatto, un 7+6 senza tensione interna e didascalico: spiegava e avrebbe invece dovuto mostrare. La revisione ha prodotto: “che il dottore decifra / con la prima luce:” — ottonario più senario, con la necessaria asimmetria che muove il distico. Ma il guadagno principale è arrivato nel vocabolario: decifra porta dentro di sé i concetti di cifra, codice, segno da interpretare. E la preposizione con trasforma la luce da sfondo temporale a strumento della decifrazione — il dottore non legge quando c’è luce, legge con la luce, grazie alla luce. La luce è parte del processo oracolare, non solo la sua cornice.
V10 e V11) La chiusa ha subito il lavoro più lungo. “Si fa camminando, tutto / il cammino” era un’espressione quantitativa; il cammino si compie per intero. Ho provato con “Si scrive il cammino / camminando” che era più precisa — il cammino si costituisce nell’atto; ma il verbo scrive introduceva nella chiusa un campo vocalico dominato dalla i, che spezzava la continuità della a tonica come filo che attraversa tutto il testo: pallida, santuario, fanno, scrittura, decifra, zampa, avanti, sarà, quarta. Una delle soluzioni possibili, suggerita anche dall’assistente AI, era di intervenire sul verbo sostituendolo in modo da consolidare anche in questo verso la presenza di a tonica. Ho pensato molto a questa osservazione, ed è precisamente quel che intendo con l’espressione “acceleratore di consapevolezza”. Alla fine la soluzione individuata è stata il verbo traccia: la a tonica di tràc-cia mantiene il filo vocalico (rinforzato anche dalla seconda a) e il verbo porta con sé tutto il campo semantico della poesia: le orme sono tracce, il dottore le decifra, e il cammino si traccia camminando.
Nessuna scelta è stata casuale, ma nessuna era obbligata da uno schema esterno. Ognuna è il risultato di scelte metriche consapevoli, verso per verso, individuate attraverso l’articolarsi di domande precise, facilitate certamente dalla potenza e dalla memoria dello strumento. Le proposte e le risposte dell’AI, però, vanno sempre sistematicamente verificate con fonti esterne e messe alla prova, anche tramite domande inverse, prima di compiere le diverse scelte e per fondarle sulla propria responsabilità. La possibilità di errore e i limiti strutturali dello strumento — i suoi cosiddetti bias costitutivi, ad esempio il fatto di basare il suo apprendimento su un corpus prevalentemente anglosassone e anche il rischio specchio, ossia la tendenza a sovraconfermare le proposte e le tesi dell’interlocutore umano, paradossalmente ne rappresentano – se messe in conto esplicitamente – un punto di forza: costringono ad un’attenzione e a un rigore che non sempre si riesce ad autoimporsi nel quadro della riflessione individuale.
[…] continua…
immagine: AI-Restored Benin Bronze Head, di Minne Atairu, 2025. Fonte: https://www.fstopmagazine.com/blog/2025/review-trained-histories-explores-ais-intersection-with-photography-and-historical-narrative/
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