Sabato 21 febbraio, alla Casa della Poesia di Torino, Periferia Letteraria è stata davvero una piccola comunità in ascolto. Una comunità poetica. L’occasione è stata la presentazione di Radicanti, la silloge di Anna Maria Scopa (Bertoni, 2025), accompagnata con attenzione e sensibilità da Ramona Paraiala.
Radicanti prende la metafora del “mettere radici“, la esplora, la mette in tensione con la memoria e con l’esperienza della perdita e così facendo la radicalizza (appunto). ovvero la rende propria e fondamentale. Se è “radicale” l’apparato che trae nutrimento dal proprio ambiente, esso è anche il nucleo del sé (la sua radice) e allo stesso tempo è la tensione di chi non media, di chi combatte per difendere la propria autenticità. Ci sono in questo libro molti fiori e infiorescenze, “pervinche/ che arrossano le guance, che fanno male/ che restano in un vuoto vizio d’amore“, fiori come possibilità, immaginazione e come speranza. E poi ci sono tronchi robusti, protettivi come archetipi di paternità e nutrienti come riserve ancestrali di maternità. In mezzo si dipana un percorso di poesie che colgono lo stupore della contesa inevitabile fra questi poli: lo smarrimento della perdita, la meraviglia di vedere che in ogni perdita c’è nascosta una nuova possibilità, per quanto indesiderata o inattesa. Qualcuno nel pubblico (se ricordo bene era Giuseppe Iozzia) ha osservato con puntualità che fra fiori e alberi in questa raccolta sembra mancare la mediazione del frutto che porta seme. E’ vero ma è un’assenza e non una negazione; ed è proprio questa assenza, mi pare, a definire la tensione che da forza poetica alla silloge. E che la rende aperta, non chiusa al possibile, come radici che si sollevano verso terreni differenti e nuovi.
Si muore
pian piano
smussati agli angoli
perdendo il fiato.
Si muore così
volando tra gli aironi
negli occhi della neve
o da qualche parte con il lupo.
pag 67
Già da bambina avevo un tempo di fragole in testa
un inverno che non passava mai
un piccolo morire di risposte.
Il presupposto è sapere.
Poi l’estate arrivò
oosì il bisogno di fingere.
Dov’eri quando hanno mangiato i miei fiori?
pag. 30

















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