Il contatto con la realtà brucia e abbatte, ad esempio io alterno la tendenza ad informarmi ossessivamente sulle innumerevoli crisi civili, umanitarie e militari di cui ho notizia, con la tendenza opposta a rifiutare ogni aggiornamento per protezione e autotutela. Col risultato di passare dalla paura di quanto conosco al senso di colpa per quello che ignoro. Che meraviglia, vero? Ma penso che ci sia un’altra strada: cercare nelle crisi la risposta attiva, la reazione positiva. Se non il bicchiere mezzo pieno, perlomeno quello che non si è del tutto rotto e ancora raccoglie un goccio di vino buono, sul fondo. Cercare, ascoltare, farsi amplificatori di questa parte della realtà, non è ottimismo fesso, è bisogno di respirare.
La politica dello stato Israeliano ha prodotto, solo negli ultimi due anni, un genocidio costato la vita ad oltre 70.000 vittime palestinesi, una continua escalation di brutalità in Cisgiordania, reiterati interventi militari di Israele stessa contro Libano, Siria ed Iran, la definitiva fascistizzazione delle istituzioni e l’abbandono di vaste aree del territorio alla criminalità organizzata oppure alla violenza privata esercitata dai cosiddetti “coloni”. Che tale brutalità non sia più collegabile alle storiche e anche motivate preoccupazioni di Israele per la propria sicurezza è stato affermato lo scorso agosto anche da centinaia di ex ufficiali dell’esercito e dei servizi segreti israeliani, in una lettera aperta inviata alla presidenza degli Stati Uniti.
In un contesto così drammatico, la società civile palestinese di cittadinanza israeliana (non i palestinesi di Gaza o di Cisgiordania, ma quelli di cittadinanza Israeliana) sta comunque provando a dare consistenza ad un processo di aggregazione politica, in vista delle prossime elezioni parlamentari, allo scopo di modificare gli equilibri del paese con strumenti di confronto democratico piuttosto che con le armi, in modo da far nascere speranze anche dove oggi non sembra essercene la possibilità. Se Israele fosse davvvero una democrazia pluralista, questo in effetti dovrebbe essere il modo.
In questa situazione, nel pieno di una drammatica crisi di violenza diffusa e di criminalità organizzata che colpisce la società civile, il bicchiere mezzo pieno ce lo fa intravvedere Abed Abou Shhadeh in un articolo apparso il 28 gennaio scorso su +972 Magazine (una testata indipendente israelo/palestinese la cui esistenza è già di per sé una parte della buona notizia). La storia che racconta Shhadeh è in sintesi questa: Ali Zbeedat, commerciante palestinese e proprietario di tre supermercati nella cittadina di Sakhnin, ha subito negli ultimi tempi minacce di morte e attacchi armati dopo essersi rifiutato di pagare il “pizzo” a bande criminali più o meno locali. Ali ha ricevuto minacce anche sul proprio telefono: “Sappiamo dove vai e dove cammini. Ti uccideremo se non finisci quello che devi fare”. Le attività commerciali della sua famiglia erano già state prese di mira altre volte, l’ultima proprio la settimana precedente.
Lunedì 19 gennaio 2026 Zbeedat ha deciso di chiudere le sue attività a tempo indeterminato, rifiutandosi di riaprirle fino a quando le forze dell’ordine israeliane non avessero iniziato ad agire concretamente contro le estorsioni e la criminalità organizzata. La sua frustrazione nei confronti della polizia è emersa chiaramente: “Denunciamo, andiamo, parliamo, e non otteniamo risposte”, ha detto, “non ho alcun problema a chiudere, i soldi sono spazzatura. Non vale la pena perdere i propri figli per loro. Non pagherò il pizzo. Venderò tutto e me ne andrò. Non si può vivere in un paese come questo. Ogni notte mi sveglio per controllare se hanno bruciato la mia auto. Questa non è vita”.
La spontanea reazione antimafia (da noi si chiamerebbe così) ha avuto però un’immediata ricaduta politica, il suo gesto ha spinto altri commercianti di Sakhnin ad unirsi alle proteste e ne è venuto fuori uno sciopero cittadino, anzi per essere corretti una “serrata”, che ha coinvolto anche scuole e uffici pubblici e anche una manifestazione inaspettatamente grande, giovedì 22 gennaio quando fra le 50.000 e le 100.000 persone (probabilmente anche laggiù non manca la dialettica fra le cifre della questura e quelle degli organizzatori) hanno manifestato a Sakhnin, dando vita ad una delle più grandi mobilitazioni di cittadini palestinesi in Israele degli ultimi anni La protesta si è poi ulteriormente allargata ed estesa, spingendo i leader dei quattro principali partiti arabi (Hadash, Balad, Ta’al e Ra’am) a riunirsi per firmare un documento simbolico d’intesa, volto a far rinascere la Lista Comune Araba in vista delle prossime elezioni politiche. Ma le manifestazioni sono continuate, una altrettanto grande si è tenuta il 31 gennaio e poi la protesta si è estesa a livello nazionale portando alla dichiarazione di una “giornata di interruzione” il 10 febbraio, che ha visto proteste congiunte di arabi ed ebrei a Tel Aviv e blocchi stradali verso Gerusalemme, allo scopo di chiedere l’intervento dello Stato contro l’epidemia di omicidi che colpisce la popolazione di lingua araba nella proporzione di cinque a uno rispetto a quella ebraica.
La Lista Araba Comune è stata un iniziativa politica nata nel 2015 per superare la soglia elettorale introdotta a sua volta dal governo per indebolire la rappresentanza palestinese sfruttando le tradizionali divisioni politiche all’interno della comunità arabo-israeliana, che rappresenta circa il 20% della popolazione. La Lista Comune Araba, era (ed è) composta da quattro formazioni di orientamento politico piuttosto eterogeneo: Hadash è comunista e pacifista, Balad è arabo nazionalista, Ta’al è araba di orientamento laico e Ra’am è arabo islamista. Questa coalizione nonostante le difficoltà interne arrivò comunque ad ottenere 15 seggi al parlamento nel 2019 prima di entrare in crisi per le divisioni politiche culminate con l’uscita del partito Ra’am dalla coalizione. Oggi, tuttavia, una previsione di 14 seggi in parlamento (che sembra ragionevole) potrebbe modificare radicalmente gli equilibri esistenti fra i partiti di maggioranza e di minoranza a base elettorale ebraica. E questo comincia a suscitare preoccupazioni.
E’ molto interessante avere una volta tanto la possibilità di guardare alla situazione israelo-palestinese non attraverso la lente polarizzatrice e ideologizzata del conflitto fra Israele e Hamas, o del lungo conflitto arabo-israeliano, ma piuttosto attraverso un prisma più sfaccettato e complesso, quello della società civile, della sua difficile prolungata convivenza con un livello molto alto di violenza, del suo coraggioso tentativo di ricostruire un tessuto di relazioni politiche efficaci. Valgono qui, come auspicio, le parole di Hannah Arendt: “il senso della politica è la libertà“.
immagine: la manifestazione del 10 febbraio a Tel Aviv; fonte ANSA, https://static.ilmanifesto.it/2026/01/01est2-f02-tel-aviv-ansa-1.jpg
Di seguito le fonti online utilizzate:
https://www.972mag.com/joint-lishttps://static.ilmanifesto.it/2026/01/01est2-f02-tel-aviv-ansa-1.jpghttps://static.ilmanifesto.it/2026/01/01est2-f02-tel-aviv-ansa-1.jpghttps://static.ilmanifesto.it/2026/01/01est2-f02-tel-aviv-ansa-1.jpgt-revival-palestinian-politics-israel/
https://hartvoorisrael.be/en/2024/07/22/united-arab-list/
https://share.google/DQTwx94A76tyJmwz1
https://ecfr.eu/special/mapping_palestinian_politics/ayman_odeh
https://www.972mag.com/joint-list-building-palestinian-political-power/
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