Il contatto con la realtà brucia e abbatte. Ad esempio, io alterno la tendenza ad informarmi ossessivamente sulle innumerevoli crisi civili, politiche, umanitarie e militari di cui ho notizia, con la tendenza opposta, rifiutare ogni aggiornamento per un senso di protezione e autotutela. Come risultato passo dalla paura per quel che so al senso di colpa per quel che ignoro. Che meraviglia, vero? Ma so che c’è un’altra strada. Quella di cercare nelle crisi la risposta attiva, la reazione positiva. Se non il bicchiere mezzo pieno, perlomeno quello che non si è del tutto rotto e porta ancora, sul fondo, un goccio di quello buono. Cercare e farsi amplificatori di questa parte della realtà non è ottimismo fesso, è bisogno di respirare.
A Torino, la città, dove sono nato e ho studiato (ma questo è irrilevante), il 18 dicembre 2025 è stato sgomberato Askatasuna (in lingua basca: libertà), un centro sociale occupato fra i più noti d’Italia, situato in un grande edificio del 1880 già sede dell’Opera Pia Raynero, che quando venne occupato nel 1996 era vuoto ed inutilizzato da circa quindici anni pur trovandosi in un ‘area urbana, Vanchiglia, povera di servizi di base e di spazi di aggregazione.
Askatasuna è stato sgomberato in una data di per sé significativa per Torino, mediante un’operazione di polizia volutamente scenografica e muscolare nella quale “oltre 300 agenti delle forze dell’ordine, su disposizione della Prefettura, hanno proceduto allo sgombero” secondo il verbale della seduta n. 378 del Senato, del 08/01/2026; e questo nonostante dal 2024 il Comune di Torino (proprietario dell’immobile) sostenesse la costruzione condivisa di un “patto di collaborazione per l’utilizzo di un bene comune“. Il governo Meloni si è però risolutamente opposto a questo percorso di legalizzazione e l’esito di tale tensione istituzionale è stato, il 18 dicembre 2025, il blocco delle strade, la chiusura delle scuole del quartiere, lo schieramento massiccio di agenti della Digos in tenuta antisommossa, e una perquisizione dell’immobile, in esito alla quale è partito lo sgombero. Dopodiché il sindaco di Torino ha dovuto prendere atto sia della “irregolarità amministrativa” che del nuovo stato di fatto.
Un mese e mezzo più tardi, il 31 gennaio 2026, ha poi avuto luogo una grande manifestazione di protesta contro lo sgombero di Askatasuna, caratterizzata dalla presenza di molte migliaia di partecipanti; circa 50.000 persone secondo gli organizzatori, meno di 20.000 secondo altre fonti. La manifestazione si è svolta pacificamente e con ordine quasi fino alla fine, quando nel corteo si sono infiltrati alcune centinaia di individui incappucciati e vestiti come ultras che vanno a fare a botte e che diversi partecipanti hanno dichiarato di non avere veduto fino ad allora. Sono stati questi a rendersi protagonisti di duri scontri con le forze dell’ordine e di una violenta guerriglia urbana nelle zone circostanti.
Il video di un poliziotto rimasto isolato, buttato a terra e colpito a calci, pugni e con qualcosa di simile ad un martello è diventato rapidamente virale in internet, insieme alle cruente immagini degli scontri, che hanno – comme d’habitude – oscurato completamente la presenza e le motivazioni delle decine di migliaia di manifestanti pacifici. Nello stesso torno di tempo, per inciso, le immagini di un fotografo (Federico Guarino) picchiato duramente dalle forze dell’ordine solo per avere fatto il suo lavoro (fotografare quel che accadeva) non hanno trovato altrettanta eco nella narrazione più diffusa. La presidente del Consiglio si è subito recata in ospedale a visitare l’agente contuso; nessun rappresentante del governo ha invece visitato il fotografo per manifestargli solidarietà o scuse.
Nei giorni successivi, il Consiglio dei Ministri ha colto il frutto politico e approvato misure di tutela penale ai poliziotti e restrizioni sul diritto di manifestazione, con i vertici delle forze dell’ordine che paradossalmente tentavano di frenare e mostrare l’impraticabilità tecnica di diverse fra le misure proposte. Nonostante ciò il 6 gennaio il nuovo “pacchetto sicurezza” veniva confezionato in un decreto legge contenente, fra l’altro, anche la disposizione sul “fermo preventivo” che in Italia mancava dai tempi del governo Mussolini.
Ora, è possibile trovare in rete molte sintesi, anche ben fatte, della storia del centro sociale Askatasuna, compresi il processo del 2025 e il percorso collaborativo costruito col Comune, e anche dell’azione governativa che poi ha portato allo sgombero e tutti i disordini collegati. Ognuno può farsi in proposito un’idea piuttosto documentata, se già non ne ha una sua e a quella documentazione rimando.
A me invece interessa respirare, parlare del bicchiere che resta – nonostante tutto – mezzo pieno; quel che di bello e di interessante è stato fatto ad Askatasuna, un luogo che pur non essendo in regola amministrativamente invece di rimanere vuoto e abbandonato è stato riempito per trent’anni di progetti, di attività, di welfare, di cultura ed è stato a Torino una risorsa per molti che non potevano permettersi risorse più costose. Una risorsa che si poteva anche non utilizzare – io ad esempio non lo frequentavo – ma la cui mancanza rende meno abitabile per tutti questa città; una risorsa che grazie al Comune stava convergendo (con fatica e lentamente) su una strada di collaborazione istituzionale che avrebbe ridimensionato il ruolo della componente violenta che invece il governo ha scelto di rendere protagonista, utilizzandola come leva per chiudere quell’esperienza e renderne più difficili altre.
Per non farla troppo lunga, voglio ricordare qui il festival Altri Modi / Altri Mondi, “un festival politico culturale ideato nel 2023 a Torino” di cui sono state poi realizzate ancora due edizioni, nel ’24 e nel ’25. La prima edizione del festival si è tenuta nella prima quindicina di marzo 2023 e sono trascorsi solo tre anni, ma sembra di abitare ormai un altro mondo (peggiore, però).
In quel momento, nel cortile di Askatasuna, si interrogavano sul futuro:
“Tra guerre, crisi climatica, pandemie e recessione oggi parlare di futuro sembra equivalere all’evocazione di oscuri presagi. Il “futuro” sembra avvolto in una nebbia fitta e dopo oltre un secolo anche in occidente le aspettative delle giovani generazioni sono peggiori di quelle dei propri genitori. Il mondo che ci è stato consegnato è sempre più complesso, sempre più diseguale, sempre più compromesso, al punto che ci si chiede se esista ancora un futuro per il pianeta e alcuni degli esseri senzienti che lo abitano. Oggi viviamo in una società che ci ha educato ad un pensiero di corto respiro, a vivere costantemente in un presente senza storia. Una società che tenta continuamente di obnubilare, alienare la nostra capacità di immaginazione, la nostra creatività.
Se il mondo com’è organizzato rischia di non avere un futuro – argomentava la presentazione del festival – allora è davvero vitale saperne immaginare di differenti (mondi), ma non è sufficiente immaginarli perché si realizzino; sono necessarie utopie concrete, perché i nostri altri mondi possibili possano essere credibili e sappiano rispondere alle necessità di chi in questo sistema di sviluppo soffre, si trova scomodo, lotta per sopravvivere. Per fare questo, per prefigurare le basi di un futuro più libero, giusto e sostenibile sono necessari nuovi saperi, conoscenze, capacità di proporre l’idea di altri modi di produzione possibili di fronte all’enorme complessità che ha assunto la società in cui viviamo.
Questo era il tema messo sul piatto e per confrontarsi su questo impegnativo palinsesto sono stati chiamati ricercatori e studiosi di alto livello. Il 16 febbraio 2023, nella serata di presentazione del festival, il tema è stato affrontato con Telmo Pievani, filosofo della biologia e coautore del libro “Il giro del mondo nell’Antropocene. Una mappa dell’umanità del futuro”. Il 3 marzo il discorso è stato ripreso cercando di esplorare le possibili traettorie della crisi climatica, assieme a Ernesto Burgio medico pediatra e specialista di carcinogenesi ambientale ed a Maurizio Dematteis giornalista, esperto di tematiche ambientali e territori montani. Quel giorno c’è stato anche l’incontro con Giorgio De Finis, in margine all’inaugurazione della mostra curata da LAB47, il collettivo di studentesse dell’Accademia di Belle Arti di Torino che Askatasuna ha accolto nel 2020, quando a causa della pandemia nessun luogo era aperto e nessuno spazio era concepibile per l’immaginazione. Il Lab47 è stato una serigrafia, una stamperia, una camera oscura, un laboratorio creativo popolare composto da molte mani, teste e pennelli.
Sabato 4 marzo si è parlato di diseguaglianze territoriali, attraverso un dibattito sul tema: “Un paese spezzato? Meridione, Colonialismo e Conflitti” con la partecipazione di Carla Panico, dottoranda in Studi Postcoloniali all’Università di Coimbra, autrice del saggio “Le Autonome. Storie di donne del Sud” e con Carmine Conelli. autore del libro “La costruzione coloniale dell’idea di Mezzogiorno“. Nello stesso pomeriggio Silvia Federici sociologa e filosofa e Leopoldina Fortunati, teorica, sociologa ed attivista femminista insieme a Non Una di Meno Torino hanno discusso il concetto di «riproduzione sociale» alla luce delle trasformazioni del mercato del lavoro, della frammentazione sociale e della crescente dipendenza dalle tecnologie.
Domenica 5/3 lo sguardo è andato su: “crisi dell’Occidente fra orizzonti di guerra e tensioni sociali”. Sono due i libri scelti per intavolare il discorso: “Stati Uniti e Cina allo scontro globale. Strutture, strategie, contingenze”, con la presenza dell’autore Raffaele Sciortino e “Il sorgo e l’acciaio. Il regime sviluppista socialista e la costruzione della Cina contemporanea” del collettivo Chuang con la partecipazione della redazione di Porfido che si è occupata della traduzione.
Sul versante artistico un incursione nella musica da camera, con un viaggio tra ‘800 e ‘900 proposto dal Trio Zefiro. La sera, in un colloquio seguitissimo: “Un presente senza Storia. La Storia può essere ancora maestra?” il Prof. Alessandro Barbero, medievista e divulgatore di grande livello, ha ragionato con i presenti sul modo in cui il presente possa trarre vantaggio dalla conoscenza del passato, se mai riesca a farlo.
Venerdì 10 marzo, il secondo weekend del festival è iniziato con la presentazione delle mostre fotografiche di Diego Fulcheri e Marco Allasio sulla lotta No Tav e il concerto di Strampalabanda, una fanfara popolare aperta a musicisti professionisti, dilettanti e principianti, mossi dal piacere di portare la musica nelle strade, nelle manifestazioni antirazziste e antifasciste, in quelle per la difesa dei diritti sociali , dei lavoratori e dell’ambiente. Dopo il concerto un altro momento importante: “Non è un paese per giovani”, conversazione con ZeroCalcare ed il Comitato Verità e Giustizia per Ugo Russo a proposito dei giovani a confronto con la narrazione politica e mediatica che criminalizza chi manifesta critiche al sistema.
Sabato 11 marzo è arrivata la presentazione del libro “Rosso Banlieue. Etnografia della nuova composizione di classe nelle periferie francesi” con l’autore Atanasio Bulgari Goggia che ne ha discusso con Emilio Quadrelli (venuto purtroppo a mancare l’anno successivo) e François-Xavier Hutteau (ricercatore in economia politica e militante parigino).
Dopo le periferie l’attenzione si è spostata sul modello di produzione e e consumo alimentare: “Contro l’agroindustria. Capire e ripensare il sistema agroalimentare” e a parlarne sono stati Maura Benegiamo (ricercatrice , oggi presso l’Università di Pisa), Gabriele Proglio, (ricercatore di Storia contemporanea presso l’Università di Scienze gastronomiche di Pollenzo), Mondeggi Bene Comune e Campi Aperti (rete di produttori biologici er la filiera corta e l’economia di relazione).
In serata, uno spettacolo circense e poi la presentazione della campagna #Askaèlamiacittà con Willie Peyote, Madaski, Sergio Berardo, Mauràs, Errico Canta Male, Madò che Crew, Vanchiglia Sound
Domenica 12 marzo, ultimo giorno del festival, nel pomeriggio presentazione del libro – “Cemento – Arma di Costruzione di Massa” con l’autore Anselm Jappe filosofo, docente di estetica all’Accademia di Belle arti di Roma. attento alle forme architettoniche e alla gestione dello spazio urbano in quanto strumenti del capitalismo e cause di ingiustizia sociale, con un’attenzione originale sulle implicazioni legate alla scelta dei materiali costruttivi. A seguire una tavola rotonda su “Territori, cementificazione e la retorica green” , con Fabio Balocco redattore del Fatto Quotidiano, Roberto Mezzalama autore del libro “ Il clima che cambia l’Italia”, Maurizio Piccione (residente Val Susa e movimento No Tav), Alberto Poggio (ricercatore presso il Politecnico di Torino e tecnico No Tav), Maria Cariota (del Comitato Torinese del Forum Salviamo il Paesaggio) e Laura Lossi (Docente di Veterinaria e componente del Comitato Salviamo il Mesino).
In conclusione musiche di Mozart e Albeniz con il Pianoforte a quattro mani del Progetto 3so sottoscala d’arte e il Duo Minotauro (Maria Cristina Pellicanò, violino e Andrea Palombo contrabbasso) con le musiche di Astor Piazzolla. Poi la proiezione film “La Scelta” con il regista Carlo Bachschmidt, di Genova e quindi il Finissage della mostra a cura del Lab47.
In conclusione, se avete avuto la pazienza di arrivare fin qui vi ringrazio di cuore, ma era necessario entrare nel dettaglio e mostrare che il mezzo bicchiere in effetti è pieno fino all’orlo, anzi trabocca. Il festival Altri Mondi / Altri Modi (cercate in rete i materiali sulle due edizioni successive) è stato un successo sia politico che culturale, ha visto la partecipazione di migliaia di persone e ha centrato l’obbiettivo degli organizzatori: offrire un evento culturale di qualità, autorganizzato, gratuito ed accessibile a tutte e tutti con la partecipazione di ricercatori ed esperti di grande qualità e in diversi casi di caratura internazionale, senza l’intervento di grandi sponsor; nella convinzione che l’accesso alla cultura, all’arte e alla musica debbano uscire dalla logica del profitto ad ogni costo e tornare ad avere una funzione sociale, di massa.
Ad Askatasuna ci hanno provato, riuscendoci. Certo non sarà questo festival ad invertire la direzione, ma ha dimostrato che si può fare e il pensiero che lo sgombero di Corso Regina 47 sia stato più una mossa contro questo pericolo che contro le bombe carta (per quelle basterebbe arrestare i colpevoli) non me lo toglie nessuno.
https://altrimondialtrimodi.it/
https://gancio.cisti.org/event/altri-mondi-altri-modi-iii-edizione
https://infoaut.org/culture/altri-mondi-altri-modi-festival-culturale
In fotografia, il trio Zefiro
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Politics Channel: Shared Mezzo pieno /2- Altri modi (e altri mondi). by
Gianluca Mantoani
Il mezzo bicchiere era pieno fino all’orlo. Il festival Altri Mondi/Altri Modi ad Askatasuna fu un successo sia politico che culturale, un evento di qualità, autorganizzato, gratuito accessibile a tutti e tutte… via ap.brid.gy
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