1) Premesse
Appunti, perché si tratta di questo: ragionamenti in merito a tecniche e idee per facilitare, in un certo senso, la creatività, la produzione e l’uso di immagini significative; il che dal mio punto di vista significa: culturalmente e personalmente significative. Significative perché in grado di essere trasformative della realtà. In una parola: poietiche. Sono ragionamenti che sviluppo senza pretesa di completezza, più che altro con l’obbiettivo di chiarir(mi) le idee e pensare in modo ordinato, quando è possibile.
Nella ricerca di immagini e delle loro fonti, sono arrivato come tanti, inevitabilmente, ad interessarmi dei sogni, del sognare e dei discorsi che fioriscono attorno a questa attività così umana. Mi è capitato in diverse occasioni di estrarre dai sogni materiale immaginale per utilizzarlo poi nella costruzione di qualche testo. Non sto parlando, del frequentissimo “sogno dichiarato”, come lo usano molto spesso i poeri – valga un esempio per tutti – Pascoli, nel suo Sogno: Per un attimo fui nel mio villaggio,/ nella mia casa. Nulla era mutato./ Stanco tornavo come da un viaggio[…] (in: Myricae, 1894), ma piuttosto dell’uso di immagini senza che se ne dichiari la provenienza, la cui origine tuttavia traspare dal testo, come in “Candele” di Kavafis: “Stanno i giorni futuri innanzi a noi/ come una fila di candele accese/ dorate, calde, e vivide... ” che sembra dapprima presentarsi come una similitudine, ma poi all’improvviso: “.. Non le voglio vedere: m’accora il loro aspetto, […]/ Non mi voglio voltare, ch’io non scorga, in un brivido,/ come s’allunga presto la tenebrosa riga, / come crescono presto le mie candele spente“, il testo lascia trasparire l’agitazione e quasi l’oppressione dell’incubo. Questo ricorso ad immagini che paiono (o sono effettivamente) tratte dall’attività onirica è un aspetto frequente dell’attività creativa e d’altro canto sono noti gli esempi di creativi illustri abituati a tenere taccuini sul comodino per annotare appena svegli i contenuti del loro sognare, mi limito a citare l’esempio straordinario dei cinquant’anni di sogni annotati da Schnitzler (Sogni. 1875 – 1931). Altrettanto diffusa, però, è la diffidenza diurna e razionale nei confronti del sogno e del sognare, forse governata da quella necessità programmatica che hanno i narratori, di dare una qualche coerenza interna alle loro costruzioni se vogliono che esse siano comunicabili. L’insieme degli atteggiamenti (compresi i miei) a proposito del ricorso al sogno mi incuriosisce molto; in primis lo strano e ambivalente rapporto fra sogno e verità. L’analisi degli argomenti inerenti l’utilizzo creativo (e/o la censura) di immagini oniriche è ciò che identifico come onirocritica.
2) Dove sta la verità?
Sembra che il ricorso ad elementi di provenienza onirica richieda, quando è esplicito, una sorta di dichiarazione o di giustificazione (attenzione, è un sogno!), della quale, invece, curiosamente, non si avverte la necessità quando si introducono negli scritti elementi tratti da altri “ambiti”, distanti almeno quanto il sogno dal campo del reale, penso – per fare qualche esempio – alla mitologia, alla religione, e anche al futuro. Pare dunque che il dato onirico, se esplicito, metta in discussione la coerenza, la verità di ciò che si vuole raccontare. Per quale ragione ciò accade?
Questa capacità del sogno di minare la coerenza dei discorsi nei quali viene inserito suggerisce a mio parere l’esistenza di una separazione netta, una frattura ontologica fra mondo della veglia e mondo dei sogni, nella quale l’attribuzione di verità è tutta sbilanciata verso il primo polo. Ma questa frattura non è un dato “naturale” o “universale”, non dappertutto e non sempre le cose stanno così; si tratta piuttosto di un aspetto culturalmente specifico del nostro (europeo, occidentale, moderno) particolare rapporto con i sogni ed è una chiara spia del fatto che i sogni sono, almeno per quanto concerne il loro contenuto, fenomeni culturali e relazionali.
Per fare solo un paio di esempi, nelle culture andine la continuità ontologica fra i due poli del reale (la veglia e il sogno) è un dato evidente che fa parte del senso comune, al punto che la comprensione di ciò che accade nel mondo della veglia non è possibile senza fare ricorso (con la mediazione degli “stregoni”) a tecniche di gestione e interpretazione dei sogni. All’altro capo del mondo, in Australia, le culture tradizionali aborigene hanno nel “Tempo del Sogno” un complesso punto di riferimento filosofico e mitico per spiegare il posto nel mondo dell’umanità intera.
3) Personale, dunque culturale
Si potrebbe allungare la lista degli esempi, ma il punto è che allargando invece un poco il nostro sguardo oltre le tribù umane abitanti nelle città europee e statunitensi del XX° e XXI° secolo, il sogno emerge come un campo dell’esperienza di natura chiaramente pubblica e condivisa. Non c’è bisogno di ricorrere alle (brillanti) costruzioni intellettuali degli psicologi europei del ‘900, come ad esempio l’universalità della psiche e l’inconscio collettivo, per giustificare la presenza di dati culturali nelle profondità dell’inconscio individuale: basta guardarsi intorno. Come il linguaggio, che usiamo individualmente, è uno strumento culturale condiviso che apprendiamo da una tradizione a noi precedente, allo stesso modo i nostri sogni individuali sono costruiti con materiale immaginale e simbolico condiviso; sono insomma contesti immaginari pubblici pur essendo – per così dire – “produzioni” individuali inconsce. Le due cose, il fatto di essere individuali e pubblici allo stesso tempo, sono necessariamente collegate fra loro, come suggerisce (suo malgrado) l’affascinante categoria junghiana di inconscio collettivo, ma non serve costruire l’impalcatura di un (indimostrabile) palinsesto di strutture immaginali esistenti a priori. Il processo di apprendimento attraverso cui passa ogni individuo per diventare membro a tutti gli effetti del suo gruppo sociale è più che sufficiente a garantire la profondità culturale dei materiali immaginali a disposizione degli individui.
Per chiarezza, a me qui interessa il sognare inteso come strumento creativo; non mi occupo del sogno e del sognare come oggetti scientifici, né come strumenti terapeutici, mistici o di accesso a qualsivoglia realtà alternativa; tutte questioni a vario titolo interessanti, ma che restano fuori dalla portata di questo discorso. Quel che mi interessa sono le tecniche e i concetti messi a punto in ambiti molto diversi per avere accesso al sognare. Più nel dettaglio, cerco di pensare al sognare come ad un laboratorio di contenuti che sono in relazione al tempo stesso con la personalità e con l’ambiente sociale di chi li produce. Si tratta sempre di contenuti culturali e dunque personali, che è – se mi si passa l’espressione – un’affermazione palindroma, perché resta vera e significativa (ma un po’ meno ovvia) anche quando la capovolgiamo: si tratta sempre di contenuti personali e dunque culturali.
4) Selezione non cosciente
In quest’ottica, il campo del “sognare” e dei sogni costituisce un serbatoio di temi e di immagini a cui accedere; temi e immagini che si presentano alla soglia della narrazione già selezionati per così dire, per effetto di elaborazioni che avvengono al di fuori del controllo cosciente e dei filtri costituiti dalla volontà e dalla consapevolezza dell’individuo. Questo perché i sogni sono, come è noto, frutto di un’elaborazione psichica che accade a monte del linguaggio verbale e del pensiero razionale ed è proprio questa specie di indipendenza, il fatto di venire da un mondo che abitiamo e ci riguarda ma che è fuori dal nostro controllo cosciente, a rendere i sogni capaci di suggerirci nuovi punti di vista e nuove versioni della realtà, un valore aggiunto insomma, elementi comunicativi preziosi nella costruzione di un discorso poietico.
Per recuperare e utilizzare questi nostri contenuti indipendenti bisogna approcciare i sogni con tecniche adatte, altrimenti il filtro della coscienza ce li nasconde. La scienza occidentale, diverse religioni e i saperi medici di molte culture forniscono una grande varietà e ricchezza di conoscenze in merito al sognare, al suo significato e al suo utilizzo. Dal sogno incubatorio e terapeutico praticato negli antichi templi di Asclepio, all’arte di sognare degli stregoni messicani Yaquì, fino allo yoga del sogno di tradizione buddista e all’analisi dei sogni nella psicoterapia occidentale, si tratta di discorsi spesso in contrasto reciproco, ma che non sono privi di punti in comune talora incredibili. Stando alle neuroscienze, l’esperienza del sognare avviene quando il cervello è “scollegato” dal corpo e dai suoi recettori di percezione; dunque il materiale immaginale che popola i sogni, quando avvengono, deve essere già presente in ciascuno di noi, immagazzinato con l’esperienza anche in modo inconscio e involontario. Questi contenuti vengono poi rielaborati dalla parte più elettrica, corticale e profonda della nostra psiche e riorganizzati in modo non consapevole, in esperienze e narrazioni che ci mettono davanti ad una sistemazione inedita e imprevista della realtà. Proprio questo, come si diceva in precedenza, fa dei sogni un repertorio straordinariamente ricco e significativo di immagini, caratterizzate da nessi che tengono assieme il nostro funzionamento psichico e la nostra collocazione sociale e culturale.
5) Conclusione: un punto di vista trasformativo.
Cosa serve dunque, tutto questo ragionamento sull’onirocritica? La parola ci viene dal titolo del noto trattato attribuito ad Artemidoro di Daldi (II° sec. a. C.), che ha avuto una lunga fortuna ed è considerato la prima organica trattazione del sogno nella tradizione occidentale. Artemidoro nel suo scritto presentava l’arte di interpretare i sogni come una pratica diffusa già da molti secoli nelle società del Mediterraneo e del vicino oriente e la descriveva come un esercizio di adattamento del racconto, riportato dal sognatore, al suo contesto ed al suo vissuto. Per questo peculiare aspetto, anche Freud nell’Interpretazione dei Sogni lo citò, riconoscendone la capacità di considerare “non solo il contenuto del sogno, ma anche la persona e le condizioni di vita di chi sogna, di modo che lo stesso elemento onirico assume per il ricco, l’ammogliato, l’oratore, un significato diverso da quello che ha per il povero, il celibe e per esempio il commerciante.” (Freud, 1899)
Attraverso il tema dell’onirocritica, in conclusione, cerco di mettere in evidenza l’interesse che può rivestire l’utilizzo di una varietà anche eclettica di strumenti e di approcci atti ad estrarre materiale immaginale dalle esperienze oniriche, allo scopo di utilizzarlo nella scrittura creativa per costruire un punto di vista trasformativo sulla realtà; un punto di vista in grado di mettere a frutto, nella realtà stessa, le inedite indicazioni e associazioni di temi e di immagini che emergono attraverso l’esperienza del sognare.
- Artemidoro di Daldi, Il libro dei sogni, Rizzoli 2009 (Oneirokriticon, II° sec. d.C.)
- Blazina S., Romanzi di sogno, in: Alfabeta, anno IV, n. 41, ottobre 1982
- Bondi F., La sostanza onirica da Omero a Derrida / Fedeli al sogno, in: Doppiozero, 20/01/2022 – https://www.doppiozero.com/fedeli-al-sogno
- Castaneda C., L’arte di sognare : guida all’espansione della mente, Rizzoli 2014 (The art of Deraming, 1993)
- Freud S. , L’interpretazione dei sogni, Mondadori, 2024 (Die Traumdeutung, 1899)
- Jung C., L’analisi dei sogni. Gli archetipi: La sincronicità, Bollati Boringhieri 2011 (Die Analyse der Träume 1909)
- Nathan T., Una nuova interpretazione dei sogni, Cortina 2011, (La nouvelle interprétation des rêves, 2011)
- Schiavoni G., Le verità estreme del sentimento. Recensione a “Sogni. 1875-1931“, in: L’indice dei Libri del mese, Marzo 2014
- Vitiello G., Perchè i sogni nei romanzi ci annoiano, su: Internazionale, 02/12/2019, https://www.internazionale.it/bloc-notes/guido-vitiello/2019/12/02/sogni-nei-romanzi
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