Chi è il giovane uomo che attraversa il grande cortile, mi sbarra il passo, mi interrompe mentre sto parlando e mi deposita fra le mani una pesante coperta, grigia e marrone, simile a quelle che si trovano sui treni ( per questo lo chiamerò: “il passeggero“)?
Istintivamente, apro le braccia e raccolgo la coperta, più volte malamente avvolta su se stessa. È davvero molto pesante. Il passeggero mi apostrofa, dice con voce ferna che lui pretende il suo spazio, qui. Sembra teso ma non è minaccioso, solo inopportuno, un po’ sfrontato magari. Lo guardo meglio, non l’ho mai veduto prima o comunque così mi sembra. È magro, più o meno della mia stessa altezza, ha i capelli scuri, disordinati, un poco mossi, non lunghi, ma abbastanza da scendere a ciocche sulla fronte e spuntare dietro le orecchie. Il viso è pallido, gli zigomi pronunciati, il naso affilato e le labbra sottili. È vestito con un completo scuro e una camicia chiara, in modo elegante e trasandato al tempo stesso, come qualcuno che, vestitosi da cerimonia, abbia poi smaltito la sbornia in macchina e sia sveglio solo da poco. O qualcuno che dovendo partire all’improvviso, abbia viaggiato tutta la notte vestito di tutto punto.
Sembra stanco, in effetti, ma lo sguardo è risoluto, gli occhi scuri in fondo alle orbite non lasciano dubbi sulla sua determinazione ad ottenere quel che chiede; spazio. Ma dove?
Cosa intende con “qui“? E perché lo chiede a me?
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