Questo è il principio di un racconto, o forse è il racconto di un principio; in ogni caso, riguarda il laboratorio di poesia che ho tenuto nei giorni 8 e 9 aprile scorsi in tre classi V° della scuola primaria presso l’Istituto Comprensivo di Pino Torinese. Mi pare dunque un racconto assolutamente appropriato in occasione del 25 Aprile, la festa della Liberazione.
In due delle tre classi coinvolte avevo proposto nello scorso anno scolastico: “Limpide Nubi”, un laboratorio di avvicinamento al linguaggio poetico che era piaciuto molto e del quale avevo promesso, per quest’anno , un modulo di integrazione (ne avevo scritto qui). L’occasione per mantenere l’impegno è arrivata però concretamente con la richiesta di elaborare un’attività per il 25 Aprile che fosse basata proprio sul linguaggio poetico.
È nata così “Limpide Nubi e Libertà“, una proposta didattica strutturata su due incontri di due ore per ciascuna classe, nella quale mediante ‘attività di gruppo e griglie di lettura centrate sulle figure retoriche della similitudine e dell‘analogia, si guidano i bambini alla lettura di alcuni testi poetici con l’obbiettivo di portarli, per questa via, a riflettere su diverse accezioni del concetto di Libertà.
Ho scelto, per sollecitare la loro immaginazione, cinque testi, di due poeti e tre poete di origini molto diverse, accomunati solo dalla collocazione temporale nell’alveo di una contemporaneità “larga”, diciamo grossomodo fra l’inizio del ‘900 e i nostri giorni.
Il primo testo su cui abbiamo lavorato è di Hanane Mahloufi, una giovane autrice residente a Torino che è nata nel 1994 in Marocco, nei pressi dell’antica città berbera nord orientale di Oujda.
Nel 2000, all’età di sei anni, si è traferita a Torino, dove ha proseguito gli studi fino alla laurea in Statistica ed Economia Durante gli studi ha iniziato il proprio percorso di scrittrice ed ha esordito in poesia con la raccolta: “Randez-Vous” (Europa Edizioni, 2021) , da cui ho tratto questo testo:
Pagine
Vaste
che ricordano le distese di campi
del mio lontano Marocco.
Aperte
che accolgono il dolore
e il non dolore.
Intime
in cui ci si abbandona
e si può piangere
di un pianto eterno
e senza lacrime.
Pure,
in cui si può esistere
in cui riesco a
esistere
Ho letto in classe la poesia ad alta voce, dopo avere introdotto l’attività facendo spiegare agli allievi cosa è secondo loro la poesia e ragionando ad alta voce insieme a loro sulle loro osservazioni, dalle quali emergeva netta una consapevolezza che poi le persone tendono a perdere, crescendo (forse anche per colpa della scuola, ovvero che ci sono nelle poesie due questioni diverse ma che non possono essere separate. La questione del “come” si scrive, quindi le rime, dei versi, delle sillabe eccetera; e poi la questione del cosa, le emozioni, i ricordi, i pensieri, i sentimenti.
Su questa poesia li ho fatti lavorare a gruppi, invitandoli a scoprire gli attrezzi retorici della similitudine e dell’analogia e poi cercando nel testo analogie e somiglianze e infine stimolandoli a spiegare che cosa suscitavano in loro quelle immagini, le analogie scelte dalla poeta per raccontare se stessa attraverso l’immagine allo stesso tempo così semplice e così ricca delle pagine.
Ho provato a suggerire, attraverso le loro stesse risposte, che il senso di ogni poesia è frutto per metà del lavoro di chi scrive e per metà di chi legge. E anche questa è una forma di libertà che è custodita nelle poesie. Ogni testo può essere muto davanti a qualcuno ed eloquente per altri, oppure arido per me oggi e invece vibrante quando il momento sarà differente.
Il momento in cui li ho chiamati a “restituire” qualcosa di sé attraverso questo gioco sulle analogie ha chiarito che la scelta del testo era stata appropriata. Attraverso l’immagine della pagina si sono specchiati e anche in diversi casi concessi di assecondare il movimento “a onde” della poeta, depositando in piccoli “post-it” molto poetici frammenti di un sentire che è certamente dentro di loro e tuttavia così difficile da esprimere per come ci viene insegnato ad usare la lingua.
“per me il deserto è disteso, come la luce del sole” è stata la conclusione del ragionamento di una bambina attraverso le analogie; ragionamento che partiva dalle “distese di campi del mio amato Marocco“, accoglieva l’ampiezza e la purezza delle pagine,pensandole come distesa di sabbia accecata dalla luce del sole e ritrovava nella meraviglia e nella solitudine del deserto il modo in cui la poesia appena letta parla della difficoltà di essere sé stessi. Una forma di libertà che chiede molto coraggio.

Il viaggio continua…
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