Densità

Alcuni luoghi sono più densi di altri; i transiti che li percorrono o si fermano per abitarli sono più numerosi che altrove; i rimpatri e gli esili vi si intrecciano più fittamente, addensando intorno a loro perfino il tempo. Gli elementi che li compongono ricavano proprio dalla reciproca disposizione questo senso di pienezza e di densità.

Una forma di discorso pubblico che assomiglia particolarmente a quel genere di luoghi sono le poesie; discorsi pubblici caratterizzati da estrema densità del senso e che devono questa densità proprio alla posizione e al rapporto che ciascuna parola intrattiene con tutte le altre. Paul Celan diceva, a questo proposito, che le poesie sono: “anche vie -fra tantissime altre – sulle quali la lingua si fa sonora, sono incontri, vie che una voce percorre incontro a un tu che la percepisce, vie creaturali, forse, progetti di esistenza, un proiettarsi oltre di sé per trovare se stessi, una ricerca di sé stessi… Una sorta di rimpatrio ” (P. Celan, Il meridiano, 1960. In: “Verità della poesia e altre prose, Einaudi, 2008)

Ho visto di recente un luogo così, tanto denso di transiti e di parole da rendere necessario pensarlo come un discorso pubblico. È un luogo che contiene e trattiene storie, parole, segni che si accumulano , al punto che perfino l’aria sembra esserne saturata e, alla fine, i segni vogliono essere letti, tornare ad essere discorso pubblico; un po’ come accade con le poesie. È questo sovraffollamento, questa spinta del discorso privato a farsi pubblico che generano la densità del luogo

Il luogo di cui parlo si trova ad alcuni chilometri dalla cittadina turka di Selcuk, nella provincia di Izmir, a poca distanza dal sito archeologico di Efeso. Sulle pendici della montagna, alle spalle della cittadina, in mezzo alla vegetazione mediterranea di olivi e oleandri c’è una piccola costruzione in stile protobizantino che fedeli musulmani e cristiani vengono in gran numero (centinaia di migliaia ogni anno) a venerare come la Casa della Vergine Maria; in turco: Meryem Ana Evi.

Questa venerazione “di massa”, internazionale e marcatamente multireligiosa, oggi intrecciata ai grandi flussi turistici legati al vicino sito archeologico, è iniziata verso la fine del XIX secolo, si è sviluppata per circa un trentennio prima di essere travolta dallo scoppio della prima guerra mondiale e dal conflitto greco-turco. È poi ripresa negli anni 50 con il concreto sostegno del governo turco e la spinta decisiva della proclamazione del dogma dell’Assunzione nel 1950 da parte del pontefice Pio XII.

Pellegrini o turisti che siate, al termine della vostra visita, una volta usciti dalla “Casa di Maria”, dopo la fontana (che molti ritengono benefica) troverete alla vostra destra una porzione di muro di circa una decina di metri a tratti completamente ricoperta dai messaggi dei fedeli, scritte vergate su bigliettini, pagine di quaderno, post-it, stoffe, fotografie, ogni sorta di supporti piegati e infilati nelle crepe del muro, sotto l’intonaco, ovunque possibile. Sono richieste di salute, di aiuto, ringraziamenti, saluti.

È possibile guardandosi attorno, vedere persone che si fermano a scrivere la loro richiesta e poi attaccano il messaggio al muro oppure altre che si fermano a leggere quelli di qualche sconosciuto. La pietra diventa qui a sua volta un supporto, un rotolo, un’intera biblioteca di parole inviate da ogni sorta di persone verso un mondo invisibile, allo scopo di chiedere guarigione o la soluzione di qualche problema

Una ricerca di protezione che travalica le differenze religiose e nazionali e se ne allontana muovendo qualche passo in direzione di una spontanea produzione di amuleti, assemblando materiali eterogenei e impregnandoli di potere protettivo proprio attraverso il gesto – individuale e pubblico insieme – della scrittura. (Tobie Nathan, Principi di etnopsicoanalisi, 1996)Gli amuleti, però sono fatti per essere portati sulla persona, mentre qui, davanti alla Meryem Ana Evi la protezione viene affidata alla permanenza nel luogo, a contatto con le pietre del muro.

È questo contatto, questa permanenza che rende straordinariamente denso il luogo, che fa di questo spazio, col le parole di Celan, una via creaturale, l’incrocio di progetti di esistenza lanciati oltre il sé allo scopo di trovare se stessi

Insomma, il palinsesto emozionante di una specie di poesia collettiva.


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