Il giro lungo. Parte 3

1) Communitas e giustizia. Note di poetica e orientamento

Partendo dal riconoscimento che la mia scrittura nasce da un nucleo che definirei di aspirazione alla giustizia, nelle due precedenti parti di questo giro lungo mi sono domandato come articolare questa aspirazione nella forma dei versi. La relazione fra poesia e giustizia è connaturata al linguaggio poetico, come ha constatato Franco Buffoni in Giustizia (Vallecchi, 2023), ragionando a proposito di una forma specifica di invisibilità sociale e di voci storicamente negate dalle culture dominanti: quelle degli omosessuali. Il tema di Buffoni è molto prossimo al mio interesse verso i muted group  e porta argomenti a sostegno dell’idea che la scrittura poetica può funzionare come strumento di giustizia perché meglio di altri linguaggi sa mettere in luce il dettaglio che risolve un’intera argomentazione e rende ragione là dove la ragione era negata.

A me interessa precisamente questa prerogativa della poesia, ma spostandomi – per così dire – sul lato della collettività, per capire se possa riuscire alle poesie (e come), di suggerire che è possibile una negoziazione collettiva della giustizia oltre a quella individuale cui siamo abituati e che qui, fra noi, consideriamo naturale. Per suggerire questa possibilità, a mio modo di vedere, la soluzione più efficace sta nel fare riferimento ai contesti in cui la negoziazione collettiva avviene e portare quelle immaginazioni nei testi, attraverso i dettagli significativi, come dice Buffoni, ma anche mediante  una struttura formale efficace.

ll percorso, di cui queste note costituiscono la terza tappa, parte quindi da una domanda, poetica e politica insieme: esiste da qualche parte una concezione della giustizia che non sia né individualista né universalista in senso astratto, ma che riconosca la comunità come soggetto concreto e attivo della giustizia?  Per provare a rispondermi ho seguito il vecchio metodo antropologico del “giro lungo” e ho trovato che si, esistono diverse situazioni e tradizioni, soprattutto concernenti i culti di possessione, nelle quali si evita il dualismo individuale/universale (che esclude la comunità) e questa  interviene con gli individui e le divinità nei processi  di negoziazione della giustizia. Ma esistono anche, nel passato europeo, situazioni (giuridiche e politiche più che religiose) in cui era la comunità e non il singolo a negoziare con il potere le condizioni di giustizia, ad esempio le comunanze, i diritti di compascolo, le common laws. Si tratta di tradizioni, fra l’altro, che spesso includono nel contenuto della comunità anche la relazione dei vivi  con i morti e con i non-ancora-nati; il passato e il futuro insomma, come parte del processo negoziale, nel quadro di una concezione della communitas che incorpora in essa il tempo piuttosto che generare nei singoli aspettative escatologiche.

Ho concentrato nella  Parte 1 i tentativi di chiarire il ragionamento e nella Parte 2 una riflessione sugli strumenti con i quali ho provato ad incardinare concretamente nei testi tale ricerca e aspirazione; ne è venuta fuori una sorta di mappa, relativa al rapporto fra quel che vorrei dire e il modo adeguato per farlo. Questo lavoro per fare chiarezza sulla scelta dei temi e delle forme mi ha condotto alla soglia di una curiosità più ampia, affacciata sulle scelte altrui, sulle esperienze fatte da altri, sulle tradizioni e le rotture attraverso cui anche la mia esperienza di lettore si è nutrita. Mi sono accorto insomma, allargando lo sguardo, che la mia mappa personale è anche un punto in una carta molto più ampia e che, orientandola su questo campo più vasto, la sua significatività potrebbe incrementare.

Tutto questo ragionare di mappe e di poesia, oltre ad assecondare una metafora topografica efficace e diffusa per descrivere i campi letterari, paga uno specifico debito concettuale al libro di Laura Pugno: Mappa immaginaria della poesia Italiana contemporanea (Il Saggiatore 2021), che non è un’antologia ma piuttosto un’analisi complessa e approfondita relativa alla poesia Italiana degli ultimi trent’anni, Un’analisi che tiene in equilibrio poetica, statistica e immaginazione con l’obbiettivo di definire una serie di rappresentazioni metodologicamente fondate del campo della poesia italiana contemporanea. Si tratta, a mio modo di vedere, della bussola più efficace in circolazione per non perdersi nel mare di una produzione oggettivamente ingovernabile. Pugno parte, come premessa, da un’idea che condivido: “La poesia italiana, […] come comunità viva, di persone e di opere. Dove un/a poeta è la somma – o meglio il campo di forze –  delle sue opere, della percezione di esse da parte della comunità, delle influenze date e ricevute su altri poeti prossimi e distanti per età, per affinità, per posizione geografica e soprattutto per poetica.

Fra l’altro, si tratta un’applicazione concreta e situata del concetto che sta alla base delle mie ricerche: la  comunità; categoria che viene indagata e illustrata attraverso un complesso lavoro di definizione metodologica, ascolto e analisi (che non è possibile riassumere qui, ma è spiegato molto bene nel testo di Laura Pugno, a cui rimando) e poi viene  rappresentata coagulando le osservazioni attribuendo punteggi agli autori in merito a sette parametri significativi che sono: Affettività, Assertività, Conoscenza, Io, Mondo, Performance, Sperimentazione. Si tratta di parametri che concentrano l’attenzione verso l’atteggiamento dei poeti nei confronti del proprio lavoro e del mestiere di vivere.

Rispetto alla categorizzazione proposta da Laura Pugno il gruppo al quale mi sarei immediatamente iscritto è quello in cui prevale la categoria Mondo, così descritta: interno, esterno, relazioni, poesia civile, mare dell’oggettività ma anche altro-da-sé sotto tutte le sue forme, umane e aliene, vegetali, animali e minerali. Legato alla variabile Conoscenza da un rapporto di correlazione diretta forte, il parametro del Mondo rappresenta, possiamo pensare, un ipotetico asse dell’Oggetto rispetto ad un asse del Soggetto – le correlazioni Io-Affettività, Io-Assertività, affettività-Assertività). La lista dei poeti che hanno i “valori” più alti sul parametro Mondo è molto interessante perché dovrebbero essere questi autori i primi luoghi della cartografia più ampia che  posso provare a raggiungere partendo dalla mia mappa personale. Si  tratta, considerando i dieci con punteggio più elevato (e in ordine decrescente), di Maria Grazia Calandrone, Antonella Anedda, Mario Benedetti, Ivano Ferrari, Sara Ventroni, Fabio Pusterla, Guido Mazzoni, Francesco Targhetta la stessa Laura Pugno e Valerio Magrelli; alcuni dei quali sono già stati per me dei punti di riferimento nella scoperta e nell’approfondimento della poesia. Quali fra questi hanno effettivamente consonanza, nella loro poetica, rispetto alle priorità che muovono la mia? Non tutti in effetti ed è già interessante.

Maria Grazia Calandrone ha il punteggio più alto (8.03) del parametro Mondo, ma viene assegnata al cluster degli Affettivi perché lí ha il suo personale punteggio più alto (8,19). La sua risonanza rispetto alla mia ricerca è molto forte, sia sul piano etico e sia per la volontà di dare voce a ciò che l’invisibilità sociale rischia di far dimenticare. E per le scelte formali, per come costruisce la sua lingua poetica attraverso un intreccio di fisicità e visione, corporeità ed immaginazione. Il titolo di una sua raccolta Serie fossile (Crocetti, 2015) suggerisce ad esempio un’intenzione quasi archeologica nei confronti della memoria che richiama fortemente quella di Pusterla. La poesia di Calandrone si vuole strumento e filtro di una voce corale, la voce della comunità umana. “La scrittura di ognuno credo attinga alla vita, ma soltanto per essere vera: come da un magazzino, per fare di sé un archivio disponibile di esperienza viva al servizio delle vite di altri e, meglio ancora, della interpretazione della storia e del mondo.” (in A. Zorat, “Semicerchio”, 2012).

Nel fronte interno srotolano i dispacci sotto lampade da miniera
e l’ignoto attraversa il paese come filo spinato che sente
battere la pala dei fanti, lo smalto
delle gamelle contro la latta
e metri d’aglio. Maria, abbiamo
del gran danno nella testa
sporca di bestia che scappa
sottoterra, abbiamo nella groppa il crollo dei muli
sotto il peso plebeo dei materiali. Dammi il cuore
Maria, perché il tuo cuore
pesi come la terra tra le mani
mentre io ti raggiungo sotto il pericolo. Maria, con i pensieri
che non smettono mai di pensarmi, anche dopo
tienimi a te, al mio posto
sulla terra dei nomi. Solo tu
sai il mio nome Maria, perché il mio nome è all’orlo
della tua gola, bianco
come un affogato nel canale
sepolto nel tuo bianco che rinviene. Anche dopo,
stanotte, quando io sarò cenere, pronunciami Maria con il tuo corpo.

da La macchina responsabile (2007)

Antonella Anedda (punteggio 8.00 sul parametro mondo, ma anche lei attribuita al gruppo degli Affettivi (8,18), è fra gli autori che mi hanno accompagnato nella scoperta della poesia come luogo da abitare. La sua risonanza: è forte in primo luogo nella postura da testimone del reale e poi perché la sua poetica prevede la communitas trans-temporale:
Non volevo nomi per morti sconosciuti / eppure volevo che esistessero / volevo che una lingua anonima — la mia — / parlasse di molte morti anonime.” (da Notti di pace occidentale, Donzelli, 1999)
Anedda ha scelto in Kafka un Antenato: “Nella lotta tra te e il mondo scegli il mondo.” e ha preso il corpo come soglia tra privato e storico, punto del reale da mettere sotto osservazione. Il suo gesto poetico sembra un atto di cura senza consolazione e questa è un altra nota che sento risuonare a lungo, come un diapason e che agisce sul mio modo di scrivere.

[…]

Non volevo dire della guerra
ma della tregua
meditare sullo spazio e dunque sui dettagli
la mano che saggia il muro,
la candela per un attimo accesa
e – fuori – le fulgide foglie.
Ancora un recinto con spine confuse ad altre spine
spine di terra che bruciano i talloni.

[…]

(da “Notti di pace occidentale”, 1999)


Mario Benedetti ha punteggio 7,95 sul parametro mondo ma viene catalogato anche lui nel cluster Affettività, per cui ha il punteggio più alto (8,27) e mostra anch’egli motivi di risonanza profonda anche se non esplicita con la mia ricerca poetica e contemporaneamente ne è probabilmente il più lontano fra quelli presi in considerazione. Si tratta forse del poeta italiano contemporaneo che ha formulato in modo più compiuto la volontà di parlare della vita per mezzo dei morti e dell’assenza. Allo stesso tempo però, Benedetti si pone risolutamente dal lato individuale dell’esperienza; la sua postura è elegiaca; il suo sguardo è singolare piuttosto che plurale. La communitas dei vivi è tenuta a grande distanza, il fluire del mondo è lasciato percepire attraverso le cose. Esiste di riflesso, in Benedetti, una strutturale continuità con i morti che costruisce per assenza – qui sta il mio motivo di interesse – lo sguardo poetico e il linguaggio per parlare del vissuto e del presente.

In fondo al tempo

Stamattina il cielo batte la mano del temporale,
l’uomo delle cambiali è venuto a farci stare qui solo per guardare
chi può venire sulla porta a fare un grande rumore.
Le nuvole mangiano l’infinito,
mandano al gabinetto tutto lo sguardo. Annina,
è nel rivo di fango il bastone diritto che ricorda la tua casa.
Ha una volta il tetto di lamiera
con i muri grossi, e una volta solo i fiori con Silvio che parla.
Nella strada le ombre vanno sotto l’asfalto,
si cercano i bambini nei tubi di cemento della fognatura nuova.
Dietro gli scuri grida la lingua dei genitori. Dietro gli scuri
la carne delle bambine ha avuto un cortile pieno di rondini,
le teneva la terra, non so come dire, la sabbia e l’erba.
Il terremoto improvviso
come il morto che viene alla spalla per farci sentire
improvvisa la luna, la luna, la luna.

(da Umana Gloria, 2004)



Ivano Ferrari, 7.88 nel parametro Mondo, inserito nel cluster Oggettivi, ha notevole risonanza con la mia ricerca soprattutto per le sue scelte formali; la sua poesia usa il presente assoluto, il catalogo, il verso nominale, gli strumenti che anche io  ho scelto per evocare nei miei testi la sospensione rituale. Ma Ferrari li usa ad uno scopo  radicalmente diverso (questo mi interessa molto). Il suo oggetto privilegiato è il corpo animale al macello, la carcassa, luogo in cui la violenza sociale si manifesta nel modo più concreto, perfino brutale. Non è metafora ma incarnazione della violenza. Non c’è communitas, nessuna cerimonia, nessuna negoziazione. Eppure proprio questo utilizzo degli stessi strumenti per fini completamente diversi mi rende la sua esperienza preziosa e significativa. Diciamo che lo sento importante per differenza produttiva.

Per i problemi dell’anima
la sala stoccaggio:
coi quarti e le mezzene senza sangue
i cartellini del sesso
l’etichetta di destinazione
la delazione cosciente della bilancia.
Ci si confessa pestando reni di scarto
schegge d’ossa e strati di grasso.
Più liberi, dopo, divoriamo
fettine di carne cruda (dei quarti più belli)
appena un po’ di sale
e tanta devozione.

(da Macello, 2004)



Anche Sara Ventroni (7.81 sul parametro Mondo) ha una risonanza importante nella mia poetica, in particolare  sul piano della natura trans-temporale della communitas umana e per il tentativo di “…sistemare chi sta sopra e sotto l’orizzonte: quelli che non sono ancora e quelli che non sono più.
Ventroni arriva a questa dimensione attraverso la materia — il gasometro, l’acqua, le strutture urbane industriali e un percorso visionario attraverso il terzo paesaggio occidentale, ma il suo è anche un percorso condotto sul lato formale della lingua poetica, esplorandone le fratture, quelle condizioni della lingua in cui si crea lo spazio dove può danzare un «ordine sconosciuto»

Prima di essere santi ci piace la materia
risucchio di luce nel buco
in cui si cade: materia che ruba la luce
per cui siamo vivi, che tira come un metallo al magnete
nel punto in cui il tempo è movimento
capovolto
il punto di fuga
(dove qualcosa manca qualcosa si vuole con più forza, con la fame
di ritrovare la ragione persa)
dove sistemare chi sta sopra e sotto l’orizzonte:
quelli che non sono ancora e quelli che non sono più.

(all’occhio manca la luce
che la materia trattiene)

(da: Le relazioni, Aragno, 2019)

Fabio Pusterla (punteggio 7.80 sul parametro mondo), ha probabilmente la risonanza maggiore nella mia poesia ed è fra questi autori quello che, come lettore, ho frequentato di più; la sua poetica gravita intorno al tema della necessità/difficoltà  di appartenere alla communitas umana; difficoltà documentata attraverso uno sguardo attento alle voci perdute e alle cose senza storia che di quella appartenenza sono testimonianza oscurata. Lo vediamo ad esempio nel poemetto Bocksten (Marcos Y Marcos, 2003) che restituisce voce a una presenza umana sopraffatta e dimenticata nel passato, attraverso una sorta di archeologia della parola: “Ti presterò una voce per il buio/ una mano per i tre pioli/ nel tuo petto.” (Bocksten I, 8). Un abitante del medio evo europeo, ucciso e buttato in un lago, torna per un caso fortuito – forse anche suo malgrado – a manifestare la propria presenza nel mondo; ciò che era stato dimenticato riemerge dall’acqua e dall’oblio. Pusterla lavora su  una sorta di “stratificazione geologica e paesaggistica dell’appartenenza“,  dalla quale vengono fatte riemergere le presenze dimenticate, i sommersi dalla storia. La communitas di Pusterla, questo per me è rilevante, scavalca il tempo, come accade ancora in questi versi di quasi vent’anni dopo:

Si va con pochi vivi e molti morti
polvere nella mano cenere dentro gli occhi
si forzano i polpacci i ginocchi
si cammina tra odori di fumo e di fuoco
totalmente indifesi mortalmente
mortalmente immortali campi aperti
per un attimo liberti
trascurabili non trascurabili ali nel vento.

da: Tremalume (Marcos y Marcos 2022)


Renata Morresi, che ha 7.07 per la categoria Mondo ed è nel cluster oggettivi,  ha risonanza con la mia ricerca soprattutto sul piano della riflessione teorica. La sua poetica usa esplicitamente le categorie di comunità di ascolto, vocirepertorio negoziato — che sono le categorie da me usate per pensare il tema della cerimonia immaginale che costruisce la possibilità di giustizia nel testo.
Come il soggetto prende forma, in che modo sa intrecciarsi al singolare, a chi sta attorno, le comunità di ascolto, la memoria culturale, e quali strumenti usa chi interpella / è interpellato, il repertorio, proprio e negoziato, le altre voci come casse di risonanza.”

Una casa avrà i vecchi e gli allettati
allineati per orizzontale e composti
gli uni sugli altri, alternati da strati
di badanti polacche e moldave,
per il sostentamento disposte ad incastro,
a spina di pesce, coi centenari montanari
a triplo vincolo, le vecchissime vergare
marchigiane usate a mo’ di foratelle,
gli intubati sussunti nel grande disegno,
le fantesche innestate come impianti,
i curati e i curanti, i validi e gli invalidi,
canterti delle nuove anti-sismiche,
anti-abitanti, senza bisogno.

(Poesie antisismiche, da: Terzo paesaggio, 2019)



In Francesco Targhetta, che  ha 7.62 per il parametro Mondo ed è inserito nel gruppo Oggettivi riscontro una risonanza notevole dal punto di vista formale. Le rime, le allitterazioni, l’enumerazione per accumulo, gli enjambement producono, come ha scritto  Riccardo Donati, “qualità performativa e profondità di senso”. L’attenzione ai luoghi marginali e periferici si articola con lo sguardo su individui e situazioni precise attraverso i quali viene mostrata nelle sue molte espressioni soprattutto  l’impossibilità di relazione.
La poesia di Targhetta diagnostica la communitas distrutta dal capitalismo, senza cercare di ricostruirla nel testo; si potrebbero indicare come i referti postumi della diagnosi di Pasolini sulla crisi culturale delle classi popolari italiane a causa del neocapitalismo. 

Ferdinando ha fiuto

Il giorno in cui smette di sentire
L’odore di lei sulla trapunta
È lo stesso in cui gli arriva in ufficio
La nuova stampante laser.

Ferdinando ha fiuto
Ed è la sua condanna:
gli afrori compatti delle case,
le risme di carta, gli strascichi
sulla terra degli autunni
e la fodera dei suoi quarant’anni.

Vedere ovunque coincidenze
Inizia a pensare che non significhi
Niente
Se non essere, degli altri,
un poco più dolente.

(in: La colpa al capitalismo, 2022

2) Sorprese e verifiche

Laura Pugno esprime un universo poetico più distante, non soggettivale, certamente ma nel quale il soggetto viene superato in una direzione che non va verso la communitas e si dirige piuttosto al paesaggio e al linguaggio. Diciamo un’ intersoggettività mediata e indagata per metafore e sottrazioni. Anche Guido Mazzoni si porta lontano dai temi e dai punti di attenzione che ho cercato in questo percorso. Il suo modo di porre un io letterario al centro del discorso poetico non si traduce mai in lirismo o racconto di sé, eppure il suo sguardo sul reale non sembra chiamare mai in causa spazi di comunità o di intersoggettività. Si tratta di una poesia che amo molto e trovo molto efficace e tuttavia non ci trovo una sponda o una consonanza.

Valerio Magrelli ha rappresentato invece un riscontro importante; dei dieci poeti con valore più alto nel cluster Mondo (7,6) è risultato sicuramente il più distante, forse l’unico davvero distante dalle questioni di cui si nutre la mia ricerca poetica. Il suo percorso poetico, centrato sul soggetto e sulla sovraesposizione percettivo/corporea come base di un difficile confronto con la realtà non intavola un rapporto costruttivo con la collettività e con l’alterità. Al limite si sporge ad esplorarne le difficoltà e i rischi. Ma Magrelli è anche parte del ristrettissimo gruppo di poeti che compare con punteggi fra i primi dieci in diversi cluster (Mazzoni, Pugno, Benedetti, Calandrone e Magrelli in 3; Anedda addirittura in 5); un segno evidente di solidità agli occhi della platea qualificata di valutatori che ha accompagnato Laura Pugno nel lavoro (per i dettagli, rimando nuovamente al saggio originale). Dunque la rilevanza dell’autore mi ha suggerito, davanti a questa distanza, una valutazione ulteriore. In particolare, il fatto che diversi poeti con “punteggio elevato” per la categoria Mondo avessero punteggi alti anche su altre variabili, come Conoscenza, Affettività o Assertività,  mi suggeriva due considerazioni: che esistesse da un lato una certa trasversalità di tematiche e di poetiche legate all’interesse per la realtà esterna al soggetto e che dall’altro mancasse,  fra apertura al Mondo e interesse per l’alterità, quella correlazione diretta che impulsivamente avevo immaginato. Per questa ragione ho compiuto una sorta di verifica inversa anche sugli altri cluster, cercando fra gli autori con i punteggi maggiori chi potesse in qualche modo essere associato ai temi della communitas trans-temporale e della giustizia. Non cercavo conferme ma piuttosto risonanze o differenze produttive e mi sono dato in questa ricerca tre criteri di riscontro: trovare negli autori considerati: 1) attenzione alle voci silenziose o escluse dalla narrazione dominante; 2) presenza della dimensione collettiva e trans-temporale (morti, non-ancora-nati, antenati come interlocutori attivi); 3) la poesia come dispositivo di cura o di giustizia, e non solo come espressione soggettiva.

Qui è arrivata la vera sorpresa: le risonanze più evidenti con i temi cardine della mia ricerca si distribuiscono piuttosto trasversalmente ai cluster individuati dal lavoro di Pugno e non sembrano peculiari a nessuno di essi. La “verifica inversa”, insomma, non corrobora la mia istintiva auto iscrizione nel gruppo degli “oggettivi”.
Per fare alcuni esempi, Franca Mancinelli, autrice che nella mappa di Laura Pugno totalizza valori medi in modo trasversale a quasi tutti i cluster, con una leggera prevalenza in quello della soggettività, manifesta la consonanza più forte e profonda con la mia ricerca di immaginari rituali capaci di evocare la forza della communitas nella negoziazione della giustizia.

l’infinito dei morti
espande un’altra galassia.
Il rosso nel buio continua
a sfociare nel mare
dove siamo senza corpo accucciati.

da Tutti gli occhi che ho aperto – sezione Luminescenze

(Marcos y Marcos, 2018)

Secondo Mancinelli la poesia è autentica quando riesce ad attingere alla propria originaria dimensione  di rituale del corpo che segue un ritmo per ristabilire un’armonia distrutta o minacciata. Il potere trasformativo e di cura della parola poetica viene proprio da questa sua originaria matrice ritmica. E’ una poetica molto vicina. Ad aprire e a chiudere la raccolta Tutti gli occhi che ho aperto (Marcos y Marcos, 2020) sono due sezioni (Jungle e Diario di passo) che racchiudono e descrivono un viaggio compiuto con altri artisti lungo il tratto croato della rotta balcanica percorsa dai migranti, dal confine sloveno a quello serbo. Se ogni sguardo deve farsi carico di ciò che vede, Mancinelli sceglie di accostare il proprio a quello dei migranti su quel segmento di strada dell’Europa orientale. E non si ritrae. Questa attenzione agli invisibili e ai marginali senza voce è un’ulteriore consonanza e trova un varco anche nell’approccio alla forma del testo.

Un altro interlocutore per me imprevisto è Italo Testa. Fra i primi dieci nel cluster Conoscenza, con un valore di 7,5 nel cluster Mondo; mostra una risonanza consistente che vedo cristallizzata particolarmente nella riflessione proposta in Autorizzare la speranza. Giustizia poetica e futuro radicale (Interlinea, 2023), nel quale Testa articola esplicitamente il concetto di giustizia poetica come categoria critica.: “La poesia confinerebbe con la speranza, la capacità di rapportarsi al futuro nonostante tutto, come a un orizzonte di possibilità a venire — il coraggio di agire in vista di ciò che individualmente, e insieme, possiamo sostenere solo con la nostra immaginazione.”
In un intervista con Roberto Cescon, su Laboratori Poesia Testa ha cos’ riassunto la questione: “Autorizzare la speranza” è un gesto che precede la certezza, ma non si limita all’attesa. È un verbo che implica responsabilità, un atto performativo: la poesia non garantisce il mutamento, ma lo convoca, lo richiama, ne custodisce l’eco prima ancora che il suo suono si faccia udibile nel mondo.

Altra sponda inaspettata che emerge dalla verifica inversa è Francesca Matteoni — 6,5 per il cluster Mondo ma 7,3 nel cluster Soggettivi e 7,2 in quello dell’Affettività. La risonanza emerge qui fortemente sul piano dei materiali culturali assunti come base di realtà del discorso poetico. Matteoni ha lavorato come ricercatrice in storia e folklore presso l’Università dell’Hertfordshire, costruendo una base di studi sulla storia della cultura popolare europea e un dottorato conseguito lavorando sui processi per stregoneria nell’Inghilterra moderna e questo materiale immaginario, culturale e anche giuridico entra nella sua riflessione e nella ricerca poetica. Matteoni è fra le curatrici dell’antologia Incantamenti (Vydia, 2024) che raccoglie fra l’altro anche testi di Mancinelli e Morresi.
Ogni incantamento è radice poetica, chiamata delle esistenze all’essere reciproco e relazionale, ritmo di rottura nelle apparenze accettate come regola.” (dall’introduzione a Incantamenti)
Il suo lavoro sulla cultura popolare dell’Europa premoderna, vista come un sistema di pensiero coerente ed efficace risponde alla stessa logica antropologica del “lungo giro” che trova nelle tradizioni di possessione africane un sistema di negoziazione comunitario della giustizia. Qui il meccanismo si applica invece alla tradizione europea: streghe, spiriti, creature del confine tra vivi e morti. Una communitas trans-temporale che aveva genealogia antica e un ruolo importante nella negoziazione della salute e della giustizia, almeno a livello della cultura popolare e contadina.

3) Una linea obliqua

Provo adesso a portare a sintesi questo mio giro, ormai effettivamente piuttosto lungo. Il tentativo di orientare la mia personale mappa poetica su un territorio più ampio di poesia contemporanea, partendo dai riferimenti topografici relativi al campo della poesia italiana forniti da Laura Pugno in Mappa immaginaria della poesia italiana contemporanea ha messo in luce alcune risonanze importanti con la mia ricerca relativa alla communitas trans-temporale e alla giustizia negoziale; alcune delle quali anche in qualche misura inattese. Senza identificarsi particolarmente con uno dei cluster costruiti da Pugno, tali risonanze si distribuiscono invece seguendo una linea obliqua che attraversa la mappa senza coincidere con nessun asse.

Sei sono le risonanze maggiori che ho individuato:
1 Renata Morresi — Mi ha colpito trovare in lei la comunità di ascolto, le voci cui dare risonanza, il repertorio negoziato. E’ l’autrice più vicina, sul piano della riflessione teorica, in merito alla questione voce come strumento collettivo.
2 Sara Ventroni — La risonanza in questo caso è più centrata sulla formulazione trans-temporale della categoria di communitas.
Quelli che non sono ancora e quelli che non sono più” è la formulazione più diretta di questo concetto che sono riuscito a trovare. 
3 Con Fabio Pusterla  ho trovato risonanza di scelte. Il sommerso che riemerge è un atto di giustizia poetica. La parola funzionale ad uno scavo quasi geologico e certamente conduce ad esiti trans-temporali. La poesia si fa archeologia della memoria collettiva.
4 Franca Mancinelli —In lei ho trovato risonanza specifica sul tema della cerimonia, come contesto collettivo di negoziazione. La sua è una poetica dichiarata della poesia come rituale di riconnessione al ritmo del cosmo.  Anche il lavoro sui sentieri dei migranti mi richiama l’attenzione ai sommersi e ai muted group. Pur essendo classificata tra i Soggettivi nella mappa di Pugno, Mancinelli risulta l’autrice  più sensibile al tema collettivo della cerimonia immaginale come dispositivo.
5 Italo Testa — C’è una risonanza esplicita nel fatto che Testa è l’unico poeta del campo considerato che usa esplicitamente la categoria di giustizia poetica. Inoltre il tema del futuro radicale sembra un’apertura alla dimensione trans- temporale che la poesia può abitare e condividere.
6 Francesca Matteoni è classificata tra i Soggettivi, ma il suo lavoro sul folklore europeo come sistema di pensiero e sulla soglia tra vivi e morti la avvicina alla mia decisione di esplorare le tradizioni di possessione. La differenza è certamente nella provenienza del materiale (folklore europeo vs tradizioni mediterranee e africane), ma non nella postura. 

In conclusione, pur non avendo trovato nessun autore che lavori esplicitamente alle sue poesie adoperando materiali immaginali tratti dalle tradizioni di possessione intese come sistemi di pensiero alternativo sulla giustizia, mi pare che la questione della communitas e perfino del suo livello trans-temporale occupino un loro piccolo spazio di interesse nel campo della poesia italiana contemporanea e che anche la dimensione rituale e cerimoniale dell’esperienza collettiva entri fra quegli ambiti del reale da cui alcuni autori traggono materiali e spunti di riflessione.  A partire dunque da queste constatazioni, da questi luoghi, disseminati sulla mappa – per proseguire la metafora topografica – (località Morresi, Ventroni, Pusterla, Mancinelli, Testa,  ecc.), posso dunque procedere ad orientare costruttivamente la mappa della mia ricerca, magari allargando ulteriormente lo sguardo. Più lontano e più indietro. Ma questo passo starà in una tappa ulteriore del mio lungo giro.  



Immagine: La rete di un astrolabio, nota in arabo come shabaka o ‘ankabūt , ovvero la rete di un astrolabio, che è la lamina circolare traforata e rotante che rappresenta la volta celeste, l’eclittica e la posizione delle principali stelle .


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