Sabato mattina (7/02/2026) ho partecipato all’incontro redazionale in presentazione della rivista Niederngasse, a Milano, presso Anarres Libreria Bistrot, gradevolissima cornice fatta di pareti di libri, profumo di caffè e cappuccini, tavoli di legno scuro e rumore di piattini e sbuffi della macchina espresso in sottofondo. Niederngasse è parola tedesca, che può essere tradotta come “vicolo basso” o “strada bassa”, un luogo urbano, spesso nascosto, un rifugio per chi cerca il diverso, dice la scheda di presentazione della rivista; per dirla con le parole di Saba: “un’oscura via di città vecchia …] dove son merci ed uomini il detrito […] io ritrovo, passando, l’infinito nell’umiltà […] degli umili sento in compagnia /il mio pensiero farsi più puro/ dove più turpe è la via.“
Insieme a Paola Silvia Dolci, curatrice, direttrice responsabile e vero motore della nuova fase della rivista, c’erano Elisa Audino, Niccolò Bosacchi, Michaela D’Astuto, io, Francesca Marica e Salvatore Sblando. Pubblico ce n’era; l’attenzione e la curiosità mi sembravano palpabili e comunque io per primo di curiosità ne nutrivo molta.

Dalla presentazione della rivista fatta da Paola Silvia Dolci mi piace richiamare l’indipendenza, l’apertura internazionale, il focus sul rapporto fra arti visive e parola scritta, la volontà di utilizzare tale l’indipendenza per confrontarsi in modo franco con la realtà, fare delle parole strumenti politici (nel senso etimologico, che si occupano della vita della polis); la scelta di condurre un progetto editoriale di poesia e cultura che mette in dialogo scrittura, arti visive e riflessione critica, con un’attenzione particolare alla ricerca, alla sperimentazione dei linguaggi e alle forme ibride.
Prendo in prestito l’efficace sintesi degli argomenti dal resoconto di Francesca Marica: “quanto è importante continuare a essere indipendenti oggi? Quali sono i compiti di un artista e quali quelli di un intellettuale? Tutta l’arte non può che essere politica quando agisce da termometro sociale di ciò che accade intorno? In che modo il presente si coniuga con il futuro? L’AI, limite o possibilità? Cosa hanno da insegnarci ancora le neoavanguardie degli anni 70? La centralità della traduzione, ogni traduzione è sempre anche una riscrittura? La scelta delle parole, una responsabilità morale ed etica? Perché scrivere non è mai stato un atto neutro?”
Ho trovato molto interessante il racconto che Elisa Audino ha tracciato del percorso talvolta tortuoso per rintracciare i testi e costruire un rapporto con gli autori da tradurre. Davvero stimolante il confronto fra i diversi e complementari tragitti operativi e mentali percorsi da Francesca Marica e Michaela D’Astuto nella costruzione dei rispettivi contributi grafici alla rivista. Nicolo Bosacchi mi ha offerto un punto di vista diverso dal mio su temi che mi interessano molto: l’intreccio fra esperienze collettive e individuali e la relazione fra fantasia ed immaginazione.
Di grande spessore il contributo di Salvatore Sblando, che ha parlato di ignavia e di silenzi comodi, di Gaza come cartina al tornasole della credibilità personale degli intellettuali. E di cultura, che quando rinuncia a prendere posizione smette di essere necessaria. Per questo in questo tempo (in ogni tempo, aggiungo io) fare cultura non può essere un gesto neutro. Sblando è partito da Dante, ha citato Pasolini, io direi che vale la pena di convocare anche Antonio Gramsci, ma è un punto di vista.
Per parte mia ho dato conto di come il mio rapporto con la parola sia stato plasmato dall’esperienza lavorativa, dapprima e a lungo nella grande distribuzione dove la parola è soprattutto strumento di una retorica che paluda la realtà, costruisce una fiction che è funzionale agli obbiettivi di conto economico. E poi negli uffici di stato civile, dove le parole e le formule verbali definite istituzionalmente istruiscono una verità sostanziale, che ha conseguenze pratiche sulla vita delle persone. In questo contesto il mio contributo alla rivista si interroga sul sogno come serbatoio culturalmente significativo di immaginario creativo per una parola che abbia l’ambizione di essere poietica, vale a dire di essere modificativa della realtà.
Un ringraziamento particolare voglio rivolgere a Paola Silvia Dolci per il lavoro importante e di ampio respiro che sta portando avanti con Niederngasse, al pubblico presente e certamente alla libreria-bistrot Anarres, che ci ha ospitato.
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