Poesia come etica dell’ascolto

Propongo qui una traduzione dell’articolo Poesia sociale. Sull’etica della scrittura e la proprietà delle storie, di Zofia Bałdyga, apparso il 23 gennaio 2026 su Versopolis Review, il sito della piattaforma internazionale di poesia Versopolis. L’autrice è una poeta nata nel 1987 a Varsavia, che da anni vive a Praga e scrive sia in polacco che in lingua ceca; ha conseguito un master in lingue slave meridionali e occidentali all’Università di Varsavia e pubblicato cinque raccolte di poesie a partire dal 2006, inoltre traduce poesia ceca e slovacca e lavora come operatore sociale nel supporto ai migranti. Si trova una scheda più approfondita su di lei e qualche poesia tradotta in inglese qui.

Stiamo vivendo un momento storico destabilizzante e da ultimo ci troviamo a fare i conti con l’onda emotiva suscitata dallo spettacolo della violenza di stato che sfocia in prevaricazioni crudeli e perfino brutali esecuzioni, non solo per le strade di qualche lontano paese orientale o musulmano, ma proprio nel centro del nostro immaginario di riferimento, le città degli Stati Uniti d’America. Chi ama la poesia e la frequenta si chiede se e cosa in effetti la poesia possa opporre a questo tipo di deriva e su questo punto il ragionamento pacato e insieme radicale di Zofia Bałdyga mi ha colpito e l’ho trovato significativo. Sicuramente in grado di avviare una riflessione utile.

Preciso che si tratta di una traduzione men che artigianale, direi piuttosto domestica. Le incertezze del discorso vanno evidentemente imputate a me e me ne assumo la responsabilità. Resta comunque evidente il filo di una riflessione che fa rispecchiare fra loro il senso dello scrivere poesia e quello di svolgere lavori sociali di cura ed entrambi li riconduce all’importanza di un ascolto attivo dell’esperienza e di come questa esperienza si rispecchia nel linguaggio delle istituzioni che organizzano la vita delle persone.

Il tema della cosiddetta  “poesia civile”, che si occuperebbe di realtà sociali e di politica, qui lascia spazio ad un punto di vista più articolato  che tiene conto del modo in cui le persone vivono il loro quotidiano e di come questa quotidianità venga plasmata dalle istituzioni. È qui che si radica l’idea di “poesia sociale”.

In foto: Zofia Bałdyga, di Ondřej Mazura, su https://art.ceskatelevize.cz/inside/jedna-basen-autorky-ctou-zofia-baldyga-JeYeG


Poesia sociale. Sull’etica della scrittura e la proprietà delle storie; di Zofia Bałdyga

Non ho mai voluto essere una poeta a tempo pieno e  non sono sicura di potermi in alcun modo definire “una poeta”. La mia vita come scrittrice è stata discontinua: ci sono stati anni nei quali non scrivevo, anni dedicati interamente al “vivere” che solo in seguito sono diventati anni di scrittura. Dal 2022 in poi, tuttavia, queste due modalità della mia vita hanno iniziato a coesistere. Ho cominciato a vivere vite parallele in due mondi sovrapposti; un mondo nel quale la poesia era scarsa o addirittura assente e un altro nel quale invece provavo a scrivere di quella scarsità. E questo è iniziato dal febbraio del 2022, per essere precisa dal giorno in cui la Federazione Russa ha lanciato il suo attacco militare su ampia scala contro l’Ucraina.

Sono nata in un paese che condivide un confine con l’Ucraina e attualmente vivo e scrivo in un paese che non confina con essa. Ma la guerra ha immediatamente evidenziato quanto ingannevoli possano essere queste distanze mostrando che l’Ucraina si trova più vicino di quanto le mappe suggeriscano. Culturalmente, storicamente e fisicamente vicina. E non si tratta di una prossimità astratta, ma di qualcosa che arriva con le persone.

Io sono una poeta, fra le altre cose, ma sono anche una persona migrante e la migrazione è diventato  un soggetto ricorrente del mio lavoro molto prima che cominciasse la guerra. Sono tuttavia una migrante “per scelta” – una migrante profondamente privilegiata, legalmente protetta, che dispone di libertà di movimento. Questo privilegio non è casuale e chiede di essere riconosciuto ed interrogato.

Il mio interesse di lungo periodo verso i diritti civili, la cittadinanza, e l’appartenenza legale si è basato proprio su questa consapevolezza di quanto disegualmente i diritti siano distribuiti e quanto profondamente la vita di ciascuno sia modellata dal passaporto o dal suo luogo di nascita.

Pochi giorni dopo l’escalation dell’aggressione russa all’Ucraina ho saputo di un’opportunità di volontariato presso un punto di assistenza per rifugiati alla stazione ferroviaria principale di Praga e mi sono iscritta. I miei compiti erano sempici e ripetitivi: accogliere persone che erano appena arrivate, mostrare loro dove andare, aiutarli ad acquistare i biglietti, offrire loro del tea – amaro dato che lo zucchero era proibito – dare consigli ed informazioni di base. Si trattava di piccoli gesti, pratici e necessari, attuati in uno spazio saturo di urgenza ed incertezza.

Praticamente da subito, senza prendere alcuna decisione deliberata e consapevole, ho cominciato a scriverne. Scrivevo di quello a cui stavo assistendo ma che non avevo mai sperimentato in prima persona: ero circondata da storie che non erano le mie, storie caratterizzate da perdita, violenza, deportazione e questo sollevava in me una questione etica che non avevo previsto: che cosa significa scrivere a proposito della sofferenza degli altri, specialmente quando ci si trova posizionati in sicurezza al di fuori di quella sofferenza?

Le storie che ho incontrato appartengono a qualcun altro, tuttavia mi trovo ad imprestare loro la lingua del nuovo paese in cui si trovano, il Ceco. Questa lingua, per quanto non sia la mia lingua madre, è diventata la lingua che ho scelto di abitare: per vivere, lavorare, scrivere, amare. E’ la lingua della mia poesia. In questo senso scrivere diventa una forma di mediazione, forse persino di patrocinio e di sostegno, ma una mediazione che è carica di responsabilità. Parlare in una lingua che garantisce accesso, visibilità e legittimità significa anche esercitare un potere.E il potere porta con sé la responsabilità.

La mia responsabilità in quella particolare situazione era di rispondere alla domanda inevitabile: a chi appartengono le storie? Le storie appartengono prima di tutto alle persone che le vivono. Le loro esperienze non sono una materia prima, non sono esempi, non sono simboli. Sono vite. Ogni racconto che ignora questo corre il rischio di trasformare l’attenzione in appropriazione

Allo stesso tempo le storie non sono mai del tutto private. Dal momento in cui vengono dette, ascoltate, trascritte o modellate dal linguaggio entrano in uno spazio condiviso. Le istituzioni le reclamano mediante i files, le schedature, i rapporti, le categorie. Agli operatori sociali, ai pubblici ufficiali, ai dottori e ai traduttori viene chiesto di riportare quelle storie, raccontarle a loro volta in modalità specifiche. In questo senso le storie vengono continuamente riprese, lavorate, redistribuite. La questione etica dunque non riguarda tanto la proprietà quanto la responsabilità. Chi ha il diritto di raccontare e in quali condizioni? A che scopo? Con quale livello di cura, accuratezza e controllo?

La poesia può riconoscere questa tensione rifiutando di completare le storie, lasciando gli spazi vuoti, tenendo presente che la propria posizione è quella dell’ascoltatore piuttosto che quella dell’autore. Dunque le storie appartengono a coloro che le vivono, ma gli obblighi sono di coloro che le riportano. Il modo in cui una storia è detta, ciò che viene omesso e ciò che viene lasciato intatto, sono rilevanti tanto quanto la storia stessa

Nel momento della crisi la poesia può essere percepita come inadeguata, perfino indulgente. Certamente ancvhe il silenzio ha un peso etico. La questione allora non è se si debba scrivere a proposito di una crisi personale o umanitaria, ma come si debba farlo. Come scrivere di qualcosa senza appropriarsi di storie e narrazioni che non ci appartengono, come resistere al rischio di trasformare sofferenze reali in metafore o materiale estetico? Come rimanere attenti a cogliere la vulnerabilità, il consenso e le asimmetrie di potere?

Ho riflettuto a proposito di tali questioni fin da quando scrivevo le mie prime note dalla stazione – corte poesie sulla solidarietà, sulla fuga verso la salvezza, sul semplice gesto di accogliere qualcuno e mi sono accorta che in realtà stavo anche scrivendo a proposito del doppio standard, ad esempio come quando ho scritto  a proposito di  quanto velocemente l’atmosfera sia cambiata quando hanno cominciato ad arrivare i rifugiati Rom dall’Ucraina e quanto diversamente essi venivano accolti rispetto agli altri rifugiati. Quello cui stavo assistendo richiedeva la mia attenzione anche se opponeva resistenza ad una linguaggio semplice.

Quelle poesie erano diverse da qualunque cosa che avevo scritto prima. Erano molto meno immaginative, più “civili” nel tono, brevi, secche, quasi documentaristiche. Deliberatamente evitavo ogni ornamento o decorazione , nessuna elaborata metafora, nessun distanziamento lirico. Volevo che la voce rimanesse chiara. Non necessariamente forte non emotivamente amplificata, ma chiara. Volevo che le poesie funzionassero come enunciati – precise registrazioni di ciò che avevo visto e sentito.

Altrettanto importante era la mia posizione all’interno di quei testi. Non volevo situarmi a parte o al di sopra, volevo rimanere una fra i molti, una presenza all’interno di un ambiente affollato, definito dall’urgenza e dalla vulnerabilità. Mi ero inoltrata nelle storie di qualcun altro non perchè fossero mie, da raccontare, ma piuttosto perché mi sembrava necessario essere in quella situazione. Scrivere diventava allora un modo per ottenere il riconoscimento di quella presenza senza reclamare una proprietà su quelle storie. Un modo per funzionare come testimone rimanendo comunque consapevole dei limiti del mio ruolo.

Ma qual’é in effetti il mio ruolo? E’ cambiato molto nel tempo. Ho iniziato come volontaria in un gruppo informale di base coordinato da un servizio sociale di supporto ai migranti operante a Praga. Lì, nella stazione, durante un turno di volontariato, ho deciso che volevo andare oltre. Dieci anni dopo la mia prima laurea sono tornata sui banchi di scuola per ottenere una nuova laurea, in servizio sociale, per continuare a supportare i migranti più professionalmente. Mentre facevo questo percorso non pensavo affatto di scriverne.

Poi in qualità di operatore interculturale sono entrata a far parte di un centro di consulenza per migranti gestito da una ONG e mentre iniziavo il mio nuovo lavoro non pensavo affatto di scriverne. L’operatore interculturale, talvolta chiamato mediatore interculturale, è una persona che accompagna utenti con un background migratorio in diverse istituzioni e uffici pubblici, offre servizi di interpretariato comunitario, spiega il contesto locale e fornisce consulenze di base. E’un ruolo che ti porta in luoghi che prima conoscevi solo attraverso i giornali: tutti i tipi di reparti di ogni ospedale possibile, servizi di protezione dell’infanzia, ogni  ramo dell’Ufficio del Lavoro, la polizia che si occupa di immigrazione. Ogni genere di luoghi, ogni genere di storie all’interno di un sistema a volte anche molto ostile. E io non ero più una volontaria, una sorta di mano d’aiuto, ero diventata una professionista, con degli standard operativi, un’etica lavorativa, delle responsabilità. La gente mi confidava i propri traumi e crisi e sapevo che non avrei potuto raccontare le loro storie, perchè non le avevano raccontate a me in quanto scrittrice. Neanche lo sapevano che io fossi una scrittrice. Le loro storie appartenevano loro anche se le avevano condivise con me. Non penso che sia appropriato rinarrare le storie di qualcuno che ce le ha dette in una situazione comunicativa molto specifica, in circostanze definite. L’operatore interculturale Zofia si rifiutava di esternalizzare le proprie informazioni alla Zofia poeta.

Passò altro tempo. completai i miei studi e diventai ufficialmente un operatore sociale. Il mio lavoro si spostò dapprima verso il counselling sociale, un ruolo che offriva un punto di vista anche più profondo e granulare dei limiti del sistema – come funziona, dove fallisce e chi lascia esposto. Fare il consulente sociale significa sedersi e confrontarsi più a lungo con le situazioni delle persone, tracciare non solo le crisi immediate ma anche i vicoli ciechi strutturali che le hanno causate. A quel punto io sapevo già che le note che stavo prendendo sarebbero un giorno diventate una raccolta di poesie. Non come documentazione e certamente non come testimonianza. Le poesie non avrebbero riguardato vite individuali ma piuttosto il sistema stesso: il modo in cui esso percepisce gli esseri umani, le categorie che impone, le soglie che sorveglia, il punto in cui smette di ascoltare. Le poesie avrebbero parlato dei limiti – legali. burocratici, morali – del sistema

C’è una voce in queste poesie, ma non è né la mia né quella dei miei utenti. E’ la voce di qualcuno che sta cercando di navigare il sistema istituzionale senza istruzioni, senza una mappa, senza nessuno che gli spieghi le regole. Una voce sospesa fra uffici, sale d’attesa, decisioni postitcipate. E’ una voce intenzionalmente anonima, una voce che potrebbe appartenere a chiunque, perché il punto è precisamente questo: chiunque di noi può  diventare quel qualcuno se le circostanze cambiano.

Nella mia “poesia sociale” come la chiamo io, provo a tenere il linguaggio più semplice che posso. Mi posiziono nel ruolo di un ascoltatore, qualcuno che si trova nell’ufficio di una autorità pubblica, nella sala d’attesa o in un corridoio, ai margini di un potere istituzionale, prendendo appunti. Cito moduli, cito notifiche ufficiali. Trascrivo frammenti di conversazioni intercettate, frasi pronunciate casualmente in condizioni di stress o rassegnazione. Leggo leggi, regolamenti, istruzioni. Provo a stare concentrata e chiara, non aggiungere nulla più di ciò che è necessario. Una metafora per volta è più che necessaria. Di più sarebbe iniziare a spiegare invece che mostrare

Diverse persone – lettori, amici – mi hanno chiesto perché non fossi passata alla prosa per scrivere a proposito della mia esperienza di tradurre il “sistema” ai nuovi arrivati. Per me la risposta è molto semplice. Credo nella poesia e nella sua capacità di condensare molto in una forma molto contenuta. La poesia non è una scorciatoia, è piuttosto un concentrato. Non ho bisogno di un arco narrativo o di una trama per portare avanti i temi. Non mi servono personaggi o sviluppi. Quello che mi serve è precisione

La poesia mi consente di creare immagini con una minima quantità di parole, di lavorare col silenzio e con ciò che resta non detto. Non sono interessata a drammatizzare queste situazioni o trasformarle in una confessione personale. Voglio che il linguaggio resti pacato e civile, perfino neutrale, vicino a quello che è il tono tipico delle stesse istituzioni. In quella moderazione trovo lo spazio per portare lo sguardo sulle cose che meritano la nostra attenzione. Tranquillamente, senza accuse, non raccontando una storia ma isolando un momento. Non alzando la voce ma ascoltando attentamente e riportando quello che è già.

Tutto ciò ha anche un significato politico, tutto ciò che abbiamo attorno è politico, semplicemente essere invitati a testimoniare le esperienze quotidiane dei migranti – andare negli ospedali, pianificare nascite, cercare alloggio, cercare lavoro, cercare di vivere una vita significativa per quanto semplice – tutto rivela quanto profondamente politicizzato sia il mondo attorno a noi. Non si tratta di momenti eccezionali ma di gesti ordinari e necessari, che tuttavia prendono forma all’interno di sistemi plasmati dal potere, dal linguaggio e dalle regolamentazioni. Osservarli da vicino significa vedere la politica mentre opera al suo livello più intimo.

Circa quindici anni fa la scena poetica Ceca attraversò un intenso dibattito in merito alla poesia socialmente impegnata. La questione centrale, allora, era se la poesia dovesse essere affatto politica, non come potesse esserlo. Oggi la questione appare piuttosto obsoleta. Affermare che la poesia possa esistere al di fuori della politica appare sempre più come un privilegio disponibile solo per quelli le cui vite non sono costantemente filtrate attraverso istituzioni, permessi e moduli. Il personale è politico non perché lo diciamo ma perché lo è

Il silenzio, anche, è una posizione [politica]; non parlare di alcune cose è una scelta e dunque un atto politico di per sé. Ignorare i sistemi istituzionali non ci pone al di fuori di essi, semplicemente conferma la loro tranquilla autorità. Questa comprensione è un’ulteriore ragione del perché io abbia scelto la poesia come forma di espressione piuttosto che saggi, reportage, o prosa narrativa. La poesia mi consente di stare vicino alla realtà vissuta senza doverla spiegare, di registrare ciò che accade senza tradurlo in una qualche argomentazione.

La scelta della poesia è essa stessa politica. La sua densità resiste alla semplificazione, la sua apertura resiste all’istruzione. Allo stesso tempo, rifiutarsi di scrivere – indietreggiare, rinunciare – potrebbe avere un senso altrettanto politico. Non esistono terreni neutrali. Per me, quello che conta è l’attenzione: ascoltare, registrare, modellare il linguaggio con attenzione sufficiente a rivelare ciò che già contiene e confidare che anche la più piccola e quieta delle poesie partecipa all’ampia conversazione di cui tutti facciamo parte.

Il lavoro sociale e la poesia possono sembrare molto distanti ma condividono diversi punti comuni, profondi e pragmatici. Entrambi partono dall’attenzione. Il lavoro sociale dipende da un attento ascolto – di storie, bisogni, distanze e silenzi. La poesia deve fare lo stesso con il linguaggio, deve riuscire ad ascoltare ciò che viene detto e come viene detto e anche ciò che non può essere pienamente articolato; in entrambe i casi, l’attenzione è una pratica etica.

Lavoro sociale e poesia sono accumunabili, inoltre, rispetto al tipo di relazione che li lega al potere. Il lavoro sociale opera all’interno di istituzioni, supportando le persone che devono navigarci dentro. La poesia d’altro canto è in grado di riflettere e mettere in discussione il linguaggio di quegli stessi sistemi istituzionali – moduli, regolamenti, categorie – senza dover trasformare l’esperienza in argomentazione.

In questa etica condivisa dell’ascolto e della responsabilità il lavoro sociale e la poesia si incontrano. E questo è precisamente ciò che sto cercando di fare con la poesia.


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